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FRANCIA: LO SCANDALO BOURGI E LE RELAZIONI CON L’AFRICA PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Carbonari   
Giovedì 22 Dicembre 2011 00:00

bourgiL’intervista concessa dall’avvocato Robert Bourgi al settimanale Journal du Dimanche (JDD) e resa pubblica l’undici settembre 2011 ha per un momento scostato il sipario che nasconde i retroscena della politica estera francese verso i paesi dell’Africa, soprattutto quelli francofoni.

Per identificare tale relazione, importante da un punto di vista geopolitico, è stato coniato il termine “Françafrique”. Essa è uno dei punti di forza che permettono alla Francia di incidere sulla politica internazionale. Il racconto di Bourgi ha permesso a molti di conoscerne i lati oscuri.

Dichiarazioni scottanti

Parlando col giornalista Laurent Valdiguié, Bourgi ha descritto diversi episodi (accaduti tra il 1997 e il 2005) che vedono come protagonisti, oltre a una serie di leader africani, almeno due Presidenti della Repubblica francesi e politici di primo piano. In sintesi, egli accusa l’ex Presidente Jacques Chirac e l’ex Primo Ministro Dominique De Villepin di aver ricevuto finanziamenti illeciti in contanti da parte di diversi capi di stato africani. L’importo di tali “contributi” sarebbe di diversi milioni di dollari USA. Lui sarebbe stato testimone diretto degli scambi in quanto intermediario, senza un incarico ufficiale ma inserito in un sistema di relazioni riservate fra Parigi e l’Africa gestito fino alla sua morte da Jacques Foccart. Figura questa ritenuta fondamentale per capire i rapporti col Continente Nero dall’epoca di Charles de Gaulle. Foccart per trent’anni avrebbe controllato il flusso di denaro clandestino diretto verso alcuni esponenti della destra francese. Bourgi si dichiara suo allievo, nonché successore a partire dal 1997.

Nell’intervista egli fa i nomi di cinque leader africani: Abdoulaye Wade (Presidente del Senegal), Blaise Compaoré (Presidente del Burkina Faso), Laurent Gbagbo (ex Presidente della Costa d’Avorio), Denis Sassou Nguesso (Presidente del Congo-Brazzaville) e Omar Bongo (defunto capo di stato del Gabon). Costoro avrebbero versato, tra l’altro, una decina di milioni di dollari per la campagna presidenziale di Villepin del 2002. Ma anche il Presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo avrebbe dato all’ex premier un milione e mezzo di euro. Secondo Bourgi, questo sistema avrebbe avuto fine con Nicolas Sarkozy nel 2005.

Ma perché quei dirigenti africani, nonostante i problemi di bilancio dei rispettivi paesi, avrebbero finanziato i leader francesi? Lo avrebbero fatto per garantirsi la loro benevolenza. In qualche caso, per ricevere protezione dalle pressioni della comunità internazionale. Secondo l’avvocato, tuttavia, in realtà avrebbero avuto in cambio soprattutto promesse, non sempre mantenute.

Fin dall’inizio Bourgi ha messo le mani avanti, ammettendo di non avere le prove di quanto dichiarava, ma si è detto pronto a rispondere in tribunale delle sue parole. E, in effetti, la giustizia francese, si è mossa, aprendo un’inchiesta preliminare il 13 settembre e facendo interrogare Bourgi dalla polizia il 22 settembre. Il 16 novembre il tribunale ha tuttavia decretato il non luogo a procedere per mancanza di prove e perché i fatti in questione sono coperti da prescrizione. Essendo un legale, è possibile che il teste avesse previsto l’esito del provvedimento.

Com’era prevedibile molti dei personaggi coinvolti (sia francesi che africani) avevano intanto fatto ricorso alle vie legali. Ciò ha portato, ad esempio, il “Grande Accusatore” a fare marcia indietro sul coinvolgimento del senegalese Wade nel flusso di denaro.

A chi giova?

Appena i diversi organi d’informazione hanno rilanciato le parole di Robert Bourgi sono cominciate le speculazioni e le dietrologie. Che sono state alimentate dalle sue dichiarazioni dei giorni successivi. L’interrogativo di fondo è stato: <<A chi giova tutto ciò?>>. Le motivazioni da lui portate, di aver agito spinto dal disgusto per il moralismo ipocrita degli avversari e dal desiderio di liberarsi da un peso che aveva sulla coscienza, non sono molto convincenti. È possibile, se non rispondere alla domanda di prima, almeno fornire alcuni elementi utili.

Innanzitutto, l’intervista a JDD e quelle dei giorni seguenti hanno giovato allo stesso Bourgi, se non altro per un certo periodo. Gli hanno, infatti, permesso di vendicarsi di Chirac e De Villepin e lo hanno messo al centro della scena, esaltandone il ruolo. Leggendo la prima intervista emerge, infatti, un profondo risentimento verso De Villepin, che in sostanza lo ha messo da parte nella gestione di alcuni rapporti con l’Africa. Ciò ha spinto Bourgi ad avvicinarsi nel 2005 a Sarkozy e i suoi.

Il fatto di essere entrato nella squadra vincente della destra francese non gli ha evitato però di essere di nuovo messo al margine. Secondo indiscrezioni emerse man mano che lo scandalo esplodeva prima di scemare rapidamente, Bourgi rischiava di essere estromesso una seconda volta. Perciò avrebbe concesso un’intervista in cui ha rilasciato dichiarazioni a senso unico, volte a screditare i nemici di Sarkozy, che in parte sono anche nemici suoi personali.

In questo colpo di mano per riconquistare la fiducia del capo dimostrando la sua utilità, a prima vista egli non avrebbe tenuto conto che stava compromettendo la reputazione di alcuni capi di stato africani e, di conseguenza, mettendo a rischio le relazioni della Francia coi loro paesi. Di quei governanti, peraltro, uno è morto e un altro, Gbagbo, è in prigione. A meno che non abbia agito sapendo che i vertici francesi, per un motivo o per l’altro, pensano di abbandonare al loro destino quei leader.

Il secondo beneficiario sembra essere Sarkozy il quale, innanzitutto, si è visto dipingere come l’uomo della “rottura” con certi legami poco puliti. Ha poi visto attaccare duramente l’immagine del suo rivale storico De Villepin. E questo, apparentemente, senza muovere un dito, perché l’operazione sarebbe, come visto prima, una manovra di Bourgi per riconquistare suo il favore.

Ma Sarkozy ha realmente tratto beneficio dallo scandalo Bourgi? O la sua politica nei confronti dell’Africa rischia di essere danneggiata dal racconto del suo ”Monsieur Afrique” (“Signor Africa”)? Chi si fiderà di lui ora che un suo collaboratore, nella migliore delle ipotesi, ha rivelato cose che dovevano restare segrete? È infatti certo che, almeno dal 2005, l’avvocato è un suo consulente (anche se privo di qualifica ufficiale) per quanto riguarda le relazioni col continente. Senza contare che nel 2007 il Presidente gli ha fatto avere la Legion d’Onore, importante onoreficenza. Bourgi potrebbe aver agito anche per mostrare al capo dello stato che i segreti di cui è custode potrebbero essere usati contro di lui.

Una visione colonialista

Perché i rapporti privilegiati coi paesi dell’Africa sono tanto importanti per la Francia? Quando si elencano le ragioni del suo ruolo di potenza sul piano politico internazionale di solito ne emergono due, il fatto che ha diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e che dispone di un proprio arsenale nucleare. In realtà questi due strumenti, pur importanti, sono da ultima istanza, ossia da utilizzare in caso di crisi grave o di minaccia diretta. Nelle normali trattative servono a poco. E qui entrano in gioco i legami con le nazioni africane, che permettono a Parigi di disporre di un blocco di voti in grado di influenzare le decisioni. Senza tale “pacchetto”, il peso della Francia sarebbe di sicuro minore. Perciò è interesse strategico conservarlo. In questo quadro, ogni tentativo di un leader africano di andare per conto suo è pericoloso.

Alcune mosse recenti di Sarkozy autorizzano a pensare che nelle istituzioni francesi sopravviva un atteggiamento da potenza coloniale verso quanto succede nel continente e, in particolare, nelle ex colonie. Gli interventi in Libia e in Costa d’Avorio, pur con una serie di distinguo, hanno avuto alcuni elementi comuni. Innanzitutto, in entrambi i casi è stato rovesciato con la forza un capo di stato (Muhammar Gheddafi e Laurent Gbagbo). Capo dello stato che si era dimostrato ostile o critico nei confronti della Francia. La decisione di Parigi, in entrambi i casi, è andata contro la volontà di parte della popolazione locale e della comunità internazionale, in particolare dei capi di stati africani. In breve, la Francia ha usato la propria potenza militare per eliminare due leader scomodi e imporre i propri interessi, anche economici.

Quelli economici sono infatti interessi da non sottovalutare in Africa. Parigi tratta i paesi dell’area francofona come sue riserve di caccia esclusive, in cui fare affari a discapito della concorrenza, in primo luogo europea. Concorrenza cui i francesi chiedono l’apertura dei mercati, salvo tener ben chiusi quelli che considerano propri. A scapito soprattutto delle popolazioni locali.

Resta tuttavia da vedere se la Francia è in grado di comportarsi ancora così, visto che sullo scacchiere africano stanno arrivando soggetti in grado di sostituirsi a lei, o quantomeno di ridurne l’influenza. Innanzitutto, da un punto di vista economico, si tratta delle potenze economiche emergenti, e soprattutto della Cina. In secondo luogo, da un punto di vista strategico, gli Stati Uniti stanno cercando di inserirsi nelle dinamiche africane, offrendo cooperazione militare per lottare contro pericoli come la pirateria nel Golfo di Guinea o alcuni gruppi terroristici o ribelli.

Interrogativi ancora aperti

Per capire se l’Affare Bourgi cambierà realmente le relazioni francesi con l’Africa ponendo fine alla Françafrique è necessario che venga data risposta ad alcune domande. Ne segnaliamo in particolare due.

Un elemento che colpisce leggendo almeno una parte degli articoli sullo scandalo è che nessuno degli intellettuali o politici interpellati ha negato l’essenziale delle affermazioni di Bourgi, ossia che sono esistite (o esistono) relazioni illecite fra alcuni leader politici francesi e alcuni loro omologhi in Africa. Per tutti i commentatori (siano giornalisti o politici) quanto riferito da Bourgi era (testuali parole) un “segreto di Pulcinella”. Ma se tutti sapevano, perché apparentemente nessuno ha fatto niente, almeno fino al 2005?

Da questa domanda ne deriva un’altra: <<Le pratiche descritte da Bourgi sono veramente finite nel 2005?>>. Molti ne dubitano. Fra gli altri, Jean Eyeghe Ndong, ex primo ministro del Gabon. Costui, che ha avuto a che fare col “Grande Accusatore”, ha espresso il suo scetticismo e si è chiesto quali misure siano state prese perché tutto ciò non si ripeta. Non ci risulta che la sua domanda abbia avuto una risposta convincente. E l’archiviazione del procedimento nato dalle dichiarazioni di Bourgi autorizza a dubitare che l’avrà, almeno a breve termine.

Se a tali (e altre) questioni rimarranno irrisolte per questa faccenda si potrà dire, citando il titoloun’opera di Shakespeare, <<Molto rumore per nulla>>.

 

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