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KENYA: LA SITUAZIONE UMANITARIA ED IL CONTESTO POLITICO-SOCIALE PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Gallo   
Giovedì 15 Dicembre 2011 00:00

kenflagIl Kenya è tra i paesi del Corno d’Africa interessati dalla grave situazione umanitaria creatasi per effetto di una serie di fattori, in primis una gravissima siccità che ha compromesso le possibilità di sopravvivenza per milioni di persone e che in alcune aree, come il sud della Somalia, ha provocato una carestia che affligge più della metà della popolazione.

La drammatica realtà di questo paese, in cui dopo vent’anni di incessanti combattimenti il territorio è ancora nelle mani dei ribelli di Al-Shabaab, ha provocato un’ondata di profughi senza precedenti, in massima parte riversatasi nel vicino Kenya. Attualmente il campo profughi di Dabaab, il più grande al mondo, ospita 592.000 persone in condizioni estremamente precarie. In questo sito il sovraffollamento, la mancanza di viveri, acqua potabile e medicinali comportano per centinaia di migliaia di persone il pericolo di contrarre malattie come la malaria e varie forme di infezioni.

Gran parte dei rifugiati proviene dalla Somalia e, vista la difficile situazione interna, si prevede che nei prossimi mesi il numero di persone aumenterà, mettendo a dura prova le capacità del paese di gestire i rischi correlati alla sicurezza interna ai campi profughi.

Il Kenya è la maggiore economia del Corno d’Africa e sembra che, grazie ad una serie di fattori, sia il paese su cui meno peseranno le conseguenze della terribile siccità che devastato questa regione. Il paese ha sperimentato un biennio di relativa stabilità politica accompagnato da risultati economici assolutamente incoraggianti se si considerano i dati macroeconomici e le previsioni di crescita del PIL per il 2011 e 2012. Dopo un brusco arresto nel 2008, in cui il PIL ha fatto registrare un aumento del 1,6%, l’economia nazionale ha ripreso a crescere con incrementi nell’ordine del 5% annuo.

Dopo il netto rallentamento del 2008, dovuto alla crisi internazionale e alla forte dipendenza dell’economia nazionale dall’export di prodotti agricoli, il PIL del Kenya ha ripreso a crescere, facendo registrare nel 2010 un incremento del 5% e le previsioni indicano un analogo risultato per il biennio 2011-12. Tale incremento è da imputare a fattori non solo economici, ma anche ambientali.

In questo periodo, infatti, si è assistito ad un certo miglioramento delle condizioni climatiche e piogge più abbondanti, a tutto vantaggio della produzione agricola, nonché all’ aumento del prezzo dei beni esportati dal paese sui mercati internazionali. La relativa abbondanza di prodotti e la concorrenza nella fornitura di molti servizi hanno contribuito a rallentare la corsa dell’inflazione, il cui tasso è passato dal 9% del 2009 al 4% del 2010.

La gravissima siccità che ha colpito il Corno d’Africa negli ultimi due anni non ha avuto ripercussioni degne di nota sull’economia nazionale e, nonostante in alcune aree si registri un alto tasso di insicurezza alimentare, l’export di prodotti agricoli non ha subito cali rilevanti. Le regioni nordoccidentali e nordorientali di Turkana, Mandera e Wajir risultano essere le aree maggiormente colpite dalla siccità e si calcola che 3,7 milioni di persone debbano essere assistite dagli operatori umanitari internazionali per effetto della malnutrizione.

Ciononostante, il Kenya può tuttora vantare una situazione di stabilità politica e economica tale da essere considerato il paese più sicuro nella regione e, per questo motivo, la prima destinazione per un grandissimo numero di rifugiati che scappano dalle regioni del Corno d’Africa colpite da calamità naturali e conflitti. La maggior parte delle 592.876 persone ospitate nel campo di Dabaab, più di 400.000 provengono dalla Somalia, mentre la restante parte da Kenya, Sudan e Etiopia.

I rifugiati, gli sfollati e i richiedenti asilo ospitati in questo sito hanno sperimentato condizioni durissime, al limite della sopravvivenza e non sono mancati i casi di violenza. Esistono, infatti, oltre ai luoghi come Dabaab, altre comunità che accolgono questi disperati in condizioni addirittura peggiori dei campi profughi si sono registrati violenti scontri tra gli stessi rifugiati per l’accaparramento delle risorse. Molte persone sono cresciute in questi luoghi e, vista la durata della loro permanenza, si sono rese necessarie iniziative sanare i conflitti tra le varie comunità di profughi.

Anche i casi di abusi e di violenza sessuale si sono moltiplicati e all’interno della struttura di Dabaab l’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati (UNHCR) e l’International Rescue Committee (IRC) hanno predisposto un apposito programma, il Gender Based Violence Programme (GBV), per fornire assistenza alle vittime. Secondo quanto riportato da questi organismi, i casi denunciati sono stati solo una trentina, ma si teme che il numero possa essere di gran lunga più elevato.

Molte donne preferiscono tacere per paura di ritorsioni o della stigmatizzazione nella propria comunità. Alle vittime di violenza sessuale sono somministrati farmaci per ridurre il rischio di infezioni e, quindi, il non denunciare l’accaduto espone queste persone ad ulteriori rischi per la loro salute.

La violenza sulle donne avviene anche sotto altre forme e sono stati riscontrati casi di matrimonio forzato e prestazioni sessuali in cambio di beni di prima necessità. Per quanto riguarda la situazione sanitaria, alcune aree, come la Upper Rift Valley e la città di Mandera,hanno fatto registrare un aumento dei casi di malaria. Secondo uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le zanzare, responsabili della trasmissione di molte infezioni, hanno sviluppato una particolare resistenza agli agenti chimici impiegati per la loro neutralizzazione e sarà necessario ricorrere ad altro rimedio.

Il World Food Programm (WFP) ha stimato che vi siano 3,75 milioni di persone che necessitano di assistenza alimentare, ma allo stato attuale solo 1,4 milioni e 550.000 rifugiati ne hanno effettivamente beneficiato. Tuttavia, le previsioni del prossimo raccolto sono incoraggianti e la situazione dovrebbe gradualmente normalizzarsi nell’arco di alcuni mesi.

Le regioni dell’ovest del paese hanno avuto una buona piovosità, ma molti territori del nord-est rimangono secchi. Secondo il governo sono otto milioni i capi di bestiame perduti a causa di questa calamità. Per tentare di rimediare alla mancanza d’acqua, la FAO ha distribuito 256 tonnellate di semi appositamente studiati per i territori colpiti dalla siccità.

Le agenzie e le ong impegnate nell’assistenza sanitaria non stanno risparmiando sforzi per garantire le cure al maggior numero di persone possibile. Medici Senza Frontiere, ad esempio, ha dichiarato che il proprio personale medico visita in media 115 persone al giorno. Per quanto riguarda la popolazione keniota in generale, molte sono le sfide che il governo dovrà affrontare.

I 41 milioni di abitanti, infatti, possono contare su un reddito pro-capite di appena 1.600 dollari all’anno e non si sono registrati miglioramenti nonostante la ripresa degli ultimi due anni. Il 50% dei kenyani vive al di sotto della soglia della povertà e circa il 40% è privo di un’occupazione. I settori industriali e dei servizi non sono sufficientemente sviluppati e occupano insieme il 25% della forza lavoro, mentre la restante parte è impiegata nell’agricoltura. I fattori climatici, quindi, rappresentano una variabile determinante per il benessere della maggior parte della popolazione.

Situazioni climatiche avverse e siccità, come già avvenuto negli anni passati, hanno provocato un rincaro considerevole dei generi di prima necessità e l’impossibilità per moltissime persone di approvvigionarsi di tali beni. La riduzione della povertà, espressamente prevista dalle Nazioni Unite con i Millennium Development Goals (MDG), ha fatto registrare modesti risultati e gli eventi degli ultimi anni non hanno certo giovato al raggiungimento di tale obiettivo. Dal 2000 al 2009 la percentuale di persone che vivono al di sotto della soglia della povertà è passata dal 56% al 46,9% ed è da escludersi che si possano ottenere i risultati sperati entro il 2015, anno di valutazione dei sei MDG.

Il Human Development Index (HDI) del Kenya, in una scala da 0 a 10, si collocava a quota 0,47 nel 2010, sostanzialmente invariato rispetto allo 0,46 del 2009, contro la media dei paesi dell’Africa sub-sahariana dello 0,38. Migliori risultati si sono avuti solo per quanto riguarda il raggiungimento del MDG 2, il tasso di alfabetizzazione degli adulti, che nel 2010 ha raggiunto il 73%.

I fattori che minacciano la stabilità politica.

Lo scenario politico in Kenya è stato dominato nell’ultimo decennio dalla figura dell’attuale presidente, capo della National Rainbow Coalition (NARC). Kibaki sconfisse nelle elezioni del 2002 Uhuru Kenyatta, figlio del padre fondatore del Kenya indipendente, Jomo Kenyatta.

In vista delle elezioni di dicembre 2007, i partiti di opposizione si coalizzarono formando il Orange Democratic Movement (ODM) con a capo Raila Odinga e candidato alla presidenza. La contestata rielezione del presidente in quest’occasione innescò proteste da parte dei rappresentanti dell’opposizione. Questi ultimi, che lamentavano brogli e irregolarità nelle consultazioni, presero parte attiva agli scontri che causarono la morte di circa 1.500 persone e la fuga di altre 600.000.

Le tensioni, nelle primissime fasi, iniziarono con scontri tra sostenitori delle opposte fazioni, ma in breve tempo si estesero facendo temere una vera e propria guerra civile.

Il bagno di sangue cessò solo con l’accordo di condivisione del potere dell’aprile 2008, in cui si inserì Odinga nella compagine governativa in qualità di Primo Ministro, mentre il presidente rimaneva capo di Stato e di governo.

L’accordo tra i due rivali aveva previsto la necessità di avviare una serie di riforme, tra cui la redazione di una nuova costituzione e la sua eventuale approvazione tramite un referendum. Tra gli obiettivi principali delle riforme rientrava la necessità di introdurre misure per garantire l’effettività del controllo al potere politico.

Il referendum per la nuova costituzione si svolse ad agosto 2010 e fu approvato con il 66% dei voti.

L’attuale carta fondamentale del Kenya mantiene il sistema presidenziale, anzi ne rafforza le prerogative, visto che prevede, in prospettiva, l’abolizione del ruolo del Primo Ministro.

Sebbene relativamente stabile, il clima politico del paese è suscettibile di futuri stravolgimenti dovuti ad una serie di fattori. Come anticipato, alcuni esponenti di spicco dell’attuale governo, tra cui il ministro delle Finanze Uhuru Kenyatta, sono accusati di crimini contro l’umanità dalla CPI in relazione agli scontri scoppiati dopo le elezioni del 2007.

Il Procuratore Generale della CPI, Louis Moreno Ocampo, ha avviato già nel 2010 una procedura contro sei persone, sostenendo di essere in grado di provare il loro coinvolgimento nella commissione di gravi crimini, quali stupri, omicidi e trasferimenti forzati. La necessità di processare i responsabili di tali violazioni è stata espressamente prevista nell’accordo di condivisione del poter del 2008, ma finora ogni tentativo di instaurare un procedimento giudiziario interno è stato bloccato.

Lo statuto della CPI menziona la possibilità di intraprendere un’azione nei confronti di persone che si sono macchiate di gravi crimini solo nel caso in cui le autorità giudiziarie interne non siano in grado o disposte ad avviare un processo.

L’inchiesta avviata dalla CPI rischia di stravolgere lo scenario politico del paese perché ha preso di mira non solo alcuni esponenti dell’attuale governo, ma anche i candidati alle prossime elezioni presidenziali del 2012. Allo scadere del mandato, infatti, l’attuale presidente non potrà ricandidarsi per la terza volta. Kenyatta e l’ex ministro dell’Industrializzazione, Henry Kosgey, hanno entrambi manifestato interesse per la presidenza, ma è ovvio che gli sviluppi del processo condizioneranno il loro futuro ruolo nella politica del paese.

Delle sei persone accusate, oltre alle due menzionate, figurano anche l’ex Capo della Polizia, Mohammed Hussein Ali, William Ruto, Francis Muthaura e il presentatore radiofonico Joshua arap Sang. Quest’ultimo, tra le altre accuse, è stato indicato come responsabile di incitazione alla violenza nel corso delle sue trasmissioni.

Stando alle informazioni raccolte dalla CPI, alcuni degli accusati, sia sostenitori diKibabi, sia dell’ex rivale Odinga, avrebbero addirittura pianificato gli attacchi e le rappresaglie contro i militanti delle fazioni opposte . In particolare, si sostiene la tesi secondo cui Kenyatta e Muthaura, esponenti del governo all’epoca dei fatti, si sarebbero accordati con il noto gruppo criminale Mungiki per compiere i massacri in alcune aree, tra cui Naivasha e Nakuru nella Rift Valley. Il governo, in cambio, avrebbe promesso la fine della repressione ai danni di tale gruppo, tristemente noto per aver commesso innumerevoli omicidi, stupri e estorsioni.

I sei accusati, già ascoltati dai giudici della CPI, hanno tutti negato qualsiasi coinvolgimento nella commissione dei crimini in questione. Intanto, nel paese diversi esponenti della maggioranza parlamentare hanno iniziato a denigrare l’azione della CPI, sostenendo la natura politica del procedimento. Secondo alcuni, infatti, si starebbe attuando uno stratagemma per favorire Odinga alle prossime elezioni, eliminando due dei suoi rivali dalla scena politica.

Non sono mancati i tentativi da parte del governo di bloccare i procedimenti della CPI mediante il deferimento del caso ai tribunali interni, ma la proposta, che ha sempre incontrato la ferma opposizione dell’ala del governo facente capo a Odinga, è stata respinta dal Procuratore Ocampo. I sondaggi indicano che anche la maggior parte della popolazione è favorevole alla prosecuzione del processo dinanzi alla CPI, ritenuta l’unica istituzione affidabile per assicurare la fine dell’impunità che regna nel paese.

Non devono essere sottovalutati i rischi relativi alla sicurezza interna se si dovesse giungere ad un’eventuale condanna da parte della CPI. Come già avvenuto per le contestate elezioni, le decisione della Corte potrebbero essere la miccia per lo scoppio di nuovi scontri tribali ancora prima dell’avvio della campagna elettorale.

Nell’ultimo periodo l’agenda politica del governo ha dovuto affrontare altre sfide legate al peggioramento delle condizioni di vita della popolazione e si sono moltiplicate le agitazioni organizzate da sindacati e gruppi di consumatori.

Ultimamente gli aumenti del prezzo dei carburanti e dei generi di prima necessità hanno ulteriormente ridotto il potere d’acquisto di moltissime categorie, rendendo alcuni prodotti estremamente cari per la maggior parte della popolazione. In un paese in cui la spesa alimentare assorbe una grossa fetta del reddito dei cittadini, qualsiasi aumento dei beni essenziali è suscettibile di innescare ondate di proteste e destabilizzare il clima politico.

Pur non esistendo il rischio concreto che in Kenya si verifichino gli eventi del vicino Uganda, in cui le proteste per il carovita sono sfociate in una dura repressione da parte delle forze dell’ordine, la situazione deve essere costantemente monitorata se si vuole evitare il peggio. Le manifestazioni nel pese hanno indotto il governo ad assecondare le richieste della piazza e adottare misure per contrastare l’aumento dei prezzi. A tale scopo, sono state ridotte le tasse sul kerosene e i dazi sull’import di grano e mais ed è stato approvato un aumento dei salari medi.

Anche l’implementazione della nuova costituzione, adottata ad agosto 2010, rappresenta un ulteriore motivo di contrapposizione tra le forze politiche del paese e molte delle leggi di attuazione non sono ancora adottate. E’ evidente che alcune previsioni della nuova costituzione, tra cui la limitazione dei poteri presidenziali tramite i controlli e la lotta alla corruzione, trovano la ferma opposizione di molti gruppi che tentano di tutelare i propri interessi particolari.

Infine, aumenta nel paese il livello di attenzione per i rischi correlati alle possibili azioni terroristiche del gruppo somalo Al-Shabaab. Il Kenya, infatti, a causa dell’appoggio fornito alle forze che combattono questo gruppo e soprattutto per aver addestrato parte delle truppe governative somale, rientra tra i paesi della regione maggiormente esposti al rischio di attacchi terroristici.

Conclusioni

Il Kenya è tuttora la principale economia del Corno d’Africa e vanta una relativa stabilità politica che, se opportunamente gestita, permetterà al paese di raggiungere significativi obiettivi di sviluppo.

Centinaia di migliaia di persone in fuga da guerre e carestia hanno trovato rifugio e speranza in questo paese e sembra che, nonostante il numero elevatissimo di rifugiati, la situazione umanitaria sia adeguatamente monitorata.

Il governo dovrà continuare a fornire tutte le facilitazioni alle agenzie specializzate nell’assistenza alle persone colpite dalle calamità naturali e, sul piano politico, è auspicabile un maggiore impegno nelle ultime fasi del suo mandato per risolvere le questioni chiave suscettibili di destabilizzare lo scenario interno e compromettere le possibilità di sviluppo futuro. La lotta alla corruzione, la fine dell’impunità per i crimini di cui si è detto ed il mantenimento dell’ordine interno rappresentano le condizioni necessarie per permettere al governo di recuperare la credibilità dinanzi alla comunità internazionale e favorire l’intervento dei donatori esteri.

 

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