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MYANMAR, SEGNALI DI DISGELO PDF Stampa E-mail
Scritto da Gerolamo Fazzini   
Venerdì 09 Dicembre 2011 00:00

myanmarUna nuova legge autorizza (a precise condizioni) le manifestazioni pacifiche di piazza. Un segno di dialogo dal governo. Che ha portato a casa la presidenza dell’Asean nel 2014. E ora spera nella fine delle sanzioni.

 

“Un chiaro segnale di distensione che farà accelerare il cambiamento. E’ l’inizio dell’inizio”. Così il sito Mizzima ha salutato gli ultimi eventi succedutisi in Myanmar, a cominciare dal ritorno sulla scena politica della Lega nazionale per la democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, la storica, coraggiosa leader dell’opposizione politica in Myanmar.

Con quel “è l’inizio dell’inizio” Mizzima non fa che rimarcare le promettenti novità in corso, ma – dall’altro lato – intende avvertire circa la fatica che richiede un cambiamento reale, in un Paese da troppo tempo ostaggio di un potere repressivo. Qualcosa di analogo lo si può certamente affermare per un altro, atteso provvedimento, adottato nelle ultime ore dal governo birmano: un governo “civile” dopo anni di dittatura militare, lo ricordiamo, uscito dalle consultazioni elettorali del novembre scorso.

Il provvedimento in questione è una nuova legge che legalizza e disciplina le dimostrazioni pacifiche di piazza. Manca solo la firma del presidente Thein Sein per l’entrata in vigore della norma, che, una volta approvata, segnerebbe una svolta importante. Essa, infati, concede l’utilizzo di bandiere e simboli di partito nelle manifestazioni di dissenso, così come la possibilità di intonare slogan e canti. Le autorità andranno comunque avvertite con cinque giorni di anticipo rispetto alla date prevista per la manifestazione; rimane, inoltre, il divieto di protestare nelle vicinanze di edifici governativi e ambasciate, scuole e ospedali.

Esulta l’opposizione, anche se alcuni esponenti dei gruppi per i diritti umani chiedono ulteriori concessioni e una maggior libertà di movimento. Ad opporsi all’adozione di questa rivoluzionaria misura (attesa da mezzo secolo, ovvero dal golpe del 1962) è, invece, l’ala dura del Parlamento, contigua alla giunta militare che ha retto per decenni il Myanmar.

L'ultima volta in cui l’opposizione democratica e i monaci sono scesi per le strade – nel settembre 2007, per protestare contro l’aumento della benzina – l’esercito aveva represso nel sangue la rivolta, con decine di morti e centinaia di arresti. La nuova legge dovrebbe impedire che fatti come questo possano ripetersi. Detto ciò, passi da compiere per arrivare a garantire un vero standard democratico il Myanmar deve ancora compierne. “Nonostante le recenti aperture dell’esecutivo birmano, fra cui la liberazione di una parte dei prigionieri politici nel contesto di un’amnistia generale decisa dal presidente Thein Sein - ricorda l’agenzia Asia News - restano critiche le condizioni di quanti sono tuttora in prigione, almeno 1700, per cosiddetti reati di opinione”.

Sta di fatto che, per quanto fluida sia la situazione, un clima nuovo si respira nel Paese. Come conferma a MissiOnLine un operatore occidentale in Myanmar: “Viaggiando nei giorni scorsi in diverse località del Paese, ho potuto percepire piccoli ma numerosi segnali di cambiamento: penso alle notizie della televisione governativa circa le proteste dei monaci a Mandalay (un fatto normalmente censurato), piuttosto che la foto di Aung San Suu Kyi esposta nei bar. L’impressione netta che ho raccolto, confermata anche dagli incontri avuti con interlocutori qualificati, è che il Paese stia facendo di tutto per liberarsi dalla morsa delle sanzioni e per riacquistare credibilità sul piano internazionale”.

Tutto questo, a cominciare dalle aperture politiche, ha permesso al Myanmar di incassare un importante riconoscimento diplomatico: l’assegnazione della presidenza di turno dell’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean) per il 2014. Anche il presidente americano Barack Obama ha riconosciuto gli sforzi in atto e pochi giorni fa ha promesso un’imminente visita nel Myanmar (30 novembre- 3 dicembre) del segretario di Stato Hillary Clinton. Alle aperture degli Usa fanno seguito quelle del Giappone. Tokyo ha annunciato - alla luce dei recenti sviluppi politici - il prossimo invio di funzionari per discutere la ripresa degli aiuti allo sviluppo, sospeso nel 2003 in segno di protesta contro la detenzione di Suu Kyi: si parla di riprendere i lavori di costruzione di una centrale idroelettrica.

Curioso: proprio pochi giorni fa è stata sospesa la contestatissima realizzazione di una mega-diga sul fiume Irrawady, affidata a imprese cinesi. C’è chi, nella decisione di sospendere l’opera, ha letto non solo la volontà di prendere sul serio le pesanti critiche dell’opinione pubblica circa i devastanti “effetti collaterali” (dall’impatto ambientale ai costi sociali dell’operazione, che prevedeva lo sgombero forzato di migliaia di persone), ma pure un segnale di progressivo “affrancamento” dall’ingombrante vicino di Pechino. Fino ad oggi, per molti aspetti, un oscuro burattinaio delle trame di potere in Myanmar.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 07 Dicembre 2011 13:17
 

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