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ARGENTINA, UN PAESE MOLTE ANIME PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Armato   
Martedì 22 Novembre 2011 00:00

paeanarDopo il fallimento del 2001, l’Argentina è in bilico tra vecchi schemi e nuove vie, sintetizzati nel «kirchnerismo». Fotografia del Paese alla vigilia delle presidenziali.

Per capire l'Argentina di oggi - in particolare il «kirchnerismo» e il suo appeal nella società - bisogna tenere presente tre momenti della storia degli ultimi decenni: il fenomeno del peronismo, la dittatura militare (1976-1983) e il default del 2001. 

Tanto per cominciare, il «kirchnerismo» non è un'ideologia, ma un insieme, anche contraddittorio, di fatti di governo prodottisi durante le presidenze di Nestor Kirchner (2003-2007) e di sua moglie Cristina Fernández, succedutagli nel 2007 e oggi a un passo dalla rielezione (le presidenziali si terranno a fine novembre).

AL DI LÀ di un giustizialismo nominale, del generale Perón resta una retorica politica che strizza l'occhio alle masse popolari, senza tuttavia arrivare a fratture insanabili con l'oligarchia economica (soprattutto con alcuni settori che vengono anzi favoriti).
Ma l'elemento militare del peronismo è del tutto assente. A Buenos Aires non si vedono soldati per strada. Il «kirchnerismo» è allergico ai militari e amministra la memoria triste della dittatura, presentandosi, in contrapposizione ad essa, come un governo tollerante, democratico, progressista, fermamente schierato per il rispetto dei diritti umani. È noto, a questo proposito, lo stretto legame del governo con associazioni come le Madres o le Abuelas de Plaza de Mayo, che, nonostante qualche segnale di cedimento, sul piano simbolico detengono ancora un enorme capitale politico in Argentina.
Infine il default del 2001, causato dalla deregulation imposta da Carlos Menem negli anni Novanta su ricetta dell'Fondo monetario internazionale (Fmi), è diventato un'arma politica contro ogni offensiva neoliberale e serve anche a rinfrescare la vecchia retorica nazionalista e antimperialista, anche questa di matrice peronista. In politica estera questo si traduce in una simpatia per i Paesi del¬l'Al¬leanza Bolivariana (Alba), ossia Venezuela, Bolivia, Ecuador e Nicaragua, e soprattutto in una scommessa sull'integrazione sudamericana a partire dal Mercosur e, nello specifico, dall'alleanza strategica Brasile-Argentina.

A CONTI FATTI, il «kirchnerismo» è una forma di potere capace di utilizzare a suo favore sia la memoria storica (con tutto ciò che questa implica in termini di produzione di un immaginario collettivo) sia le aspirazioni popolari. È una forma di potere reale, ufficiale, costituito, che riesce tuttavia a presentarsi sotto la veste di una proposta rivoluzionaria. L'impressione è che si tratti di una formula profondamente «naturale» per l'Argentina, qualcosa che ha radici profonde nel tessuto del Paese, pertanto accettata senza grandi difficoltà. Almeno per il momento va bene così, sembra dire tacitamente la maggioranza degli argentini, che apprezzano lo statalismo redistributivo del governo.

IL PROBLEMA VERO si porrà nelle elezioni del 2015, perché allora Cristina non potrà più ricandidarsi e all'orizzonte non si intravede nessun erede politico.
Ma di che tipo di Paese stiamo parlando? Basta una breve esperienza sul posto per identificare alcuni «segni particolari» dell'Ar¬gentina: educazione pubblica gratuita di buon livello (quella che tanto vorrebbero gli studenti del Cile, dove invece è carissima), trasporti pubblici a prezzi popolari con l'ausilio di sussidi statali, un'autentica cultura della manifestazione di protesta, che coinvolge anche i settori più umili della popolazione (cosa impensabile in Paesi come Colombia o Perù, dove la protesta è criminalizzata), un gran numero di buone librerie (almeno a Buenos Aires), che riflette una non comune domanda di cultura e, infine, un livello di disuguaglianza sociale meno alto - per quanto notevole - rispetto ad altri Paesi latinoamericani.
Il «kirchnerismo», in fondo, calza come un guanto su questo tipo di Paese e, visto che l'economia per il momento gira bene, non si percepisce la necessità di cambiare. L'Argentina sembra essersi ripresa dall'infarto del 2001. Il Pil cresce a ritmo sostenuto: +9,2 per cento nel 2010, +8 per cento la stima per il 2011; la disoccupazione è ai minimi storici, parte delle imprese fallite sono state recuperate, le esportazioni di soia e altre materie prime vanno a gonfie vele. A rannuvolare il panorama restano una pesante inflazione, oltre il 15 per cento annuo, e un rischio-Paese considerato ancora altissimo, che ostacola l'afflusso di capitale straniero.
L'inflazione è tale che, nei mesi scorsi, in pieno clima elettorale, il governo, per garantirsi l'appoggio dei sindacati, ha aumentato il salario minimo legale del 25 per cento. Verrebbe da pensare a un successo per i lavoratori. Ma non è proprio così se si tiene conto che buona parte degli argentini lavora in nero con salari nettamente inferiori e che perderà ulteriormente potere d'acquisto a causa dell'aumento del salario minimo legale appena deciso. Uno dei risvolti più drammatici della forbice che separa un lavoratore assunto in regola da uno che non lo è la pesante condizione di sfruttamento cui sono sottoposti molti migranti provenienti dal Paraguay o dalla Bolivia. Solo pochi mesi fa si è scoperto che alcune multinazionali del settore agricolo impiegavano manodopera contrattata illegalmente e sfruttata in condizioni sub-umane, con la complicità di aziende specializzate nel reperire risorse umane.

IN QUESTO PANORAMA, la Chiesa si muove sotto la guida autorevole del cardinale José Maria Bergoglio, un gesuita che si sposta senza scorta in autobus o in metropolitana come un cittadino qualsiasi. Se sul piano sociale, Chiesa e governo si muovono in tacita sintonia, quando si tratta di principi morali ci sono frequenti dissapori a causa del progressismo «kirchnerista» su temi come l'aborto o la famiglia e di un certo rancore del governo per l'ambigua posizione tenuta da alcuni settori del clero durante la dittatura militare.
Ma in fin dei conti entrambi poggiano su una base comune: il vecchio popolo del peronismo, lo stesso che ancora oggi partecipa a pellegrinaggi di massa al santuario della Vergine di Lujan, patrona della nazione, o resta per giorni in fila davanti al santuario di San Cayetano, protettore del pane e del lavoro, per entrare in chiesa il giorno della sua festa

L'Argentina è il secondo Paese per estensione dell'America del Sud. Ricca di risorse idriche e naturali, possiede giacimenti di petrolio e gas e ha il suo centro nella sterminata pianura della pampa, utilizzata da secoli per il pascolo e le coltivazioni. A fine Ottocento, è divenuta meta di migranti provenienti soprattutto da Italia e Spagna, ma anche tedeschi, polacchi, inglesi e francesi. Mentre le popolazioni indigene hanno subito ripetute persecuzioni.
In anni recenti l'Argentina ha conosciuto due forti traumi: la dittatura militare di Videla (1976-1983) e il default del 2001, risultato delle politiche economiche di due governi di Carlos Menem negli anni Novanta.
Nel 2002, in pieno collasso, il Paese ha cambiato cinque presidenti in una settimana, fino all'elezione di Nèstor Kirchner nel 2003, con cui è iniziata una nuova fase.

 

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