Cerca nel sito

Traduzione


Collegati



NELLA REPUBBLICA DI GUELLEH, L’AMICO DELLE POTENZE STRANIERE PDF Stampa E-mail
Scritto da MISNA   
Sabato 12 Novembre 2011 00:00

djpobIncastonato in un angolo strategico del Corno d’Africa, Gibuti costituisce un punto di osservazione privilegiato da cui assistere agli avvenimenti in corso nella regione. Per le sue strade si incontrano militari americani, francesi e giapponesi e nelle sue acque si incrociano navi da guerra di numerosi altri paesi che “se anche pagano sull’unghia e profumatamente l’ospitalità graziosamente concessa dal presidente Ismael Omar Guelleh, al potere dal 1999, restano colpevoli di mancata assistenza a una popolazione in pericolo, per gli abusi dei diritti umani commessi da un regime che governa il paese col pugno di ferro”.

È l’analisi che il settimanale ‘Aujourd’hui l’Afrique’ dedica – in un momento in cui il Corno d’Africa è reduce dalla peggiore siccità degli ultimi 30 anni e alle prese con un’espansione del conflitto somalo – alla piccola repubblica affacciata sul Golfo di Aden, le cui coste distano appena 20 chilometri da quella della penisola arabica.

Se il sostegno delle potenze straniere “può rallentare il disfacimento del regime – secondo la rivista – non può assicurare la perennità di un gruppo di potere logorato da corruzione e abusi di ogni genere, acuitisi dall’inizio del secondo mandato del presidente nel 2005”. Tra le personalità di spicco della famiglia presidenziale, che di questo sistema costituiscono il nocciolo duro, la ‘première dame’ Khadra Haid, soprannominata la ‘Leila Trabelsi di Gibuti’ per le connivenze nei settori della politica, della sicurezza e dei commerci, e suo fratello Djama Haid, governatore della banca nazionale le cui mani tirano i fili dell’intera economia gibutina.

È in un contesto di crescente malcontento della popolazione (circa 800.000 abitanti, ndr) – acuito da una riforma costituzionale che gli ha consentito di ricandidarsi – che Guelleh ha vinto, nell’aprile 2010, un terzo mandato consecutivo alla guida del paese. Negli ultimi mesi, incoraggiati dagli avvenimenti recenti in Tunisia ed Egitto, anche i cittadini di Gibuti sono scesi in piazza contro il regime: le manifestazioni, senza precedenti, sono state represse dalla polizia, concludendosi con un bilancio di cinque morti, decine di feriti e almeno 400 arresti. In aggiunta, il capo di Stato ha fatto intervenire 500 soldati somali presenti nel paese per un programma di addestramento militare, provocando la levata di scudi dell’opposizione e suscitando le critiche delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani.

A questo proposito, l’ultimo rapporto della Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) è inappellabile: “L’escalation della repressione contro le voci dissidenti e di opposizione è il riflesso di una riduzione dello spazio democratico nel paese. Con il pretesto di voler disperdere le ribellioni in atto in alcune aree, soprattutto settentrionali, l’esercito procede ad atti di rappresaglia nei confronti delle popolazioni civili in un clima di impunità totale garantito dalle istituzioni”.

Secondo diverse organizzazioni non governative, decine di manifestanti che protestavano contro la penuria d’acqua e i tagli all’elettricità sono stati imprigionati nel carcere di Nagad, tra maggio e giugno scorsi, mentre i dati sulla situazione umanitaria della popolazione, alle prese con la siccità, riferiscono di 300.000 persone, perlopiù nomadi, che hanno perso gran parte del bestiame, loro unica fonte di reddito.

A pagare il prezzo più alto della mancanza d’acqua, sono i bambini al di sotto dei cinque anni, il cui tasso di mortalità è uno dei più alti dell’Africa orientale, “in un clima politico in cui la carestia viene strumentalizzata per convincere le popolazioni di etnia Afar, le più riottose, a collaborare con il governo centrale” denuncia ancora la Fidh.

 

© Missionari della Consolata 1999-2010
Credits www.consolata.org