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«Penso a quelle miriadi di donne laboriose che fanno girare instancabilmente la ruota del divenire di questo continente, nell'oblio delle loro storie dolorose e infelici. Allora ho voglia di prendere trombe e trombette per intonare un inno alle gloriose madri Naja e zie Roz, per tutte le loro lotte epiche e silenziose, ma che hanno fatto sì che al di là di tutte le disperazioni, questo continente torturato rimanga ancora il continente di tutti i domani possibili per l'umanità intera».
(Werewere Liking - Bondé, Camerun, nata nel 1950). Un privilegio.
Mi piace iniziare questa condivisione dando voce alle parole di Werewere Liking una grande scrittrice e artista africana contemporanea. Nel suo libro: La memoria amputata, parla di miriadi di donne «laboriose che fanno girare instancabilmente la ruota del divenire di questo continente, nell'oblio delle loro storie dolorose e infelici». Ma anche nella gioia di conquiste che danno vita al continente, ma che come dice lei è il continente di tutti i domani possibili per l’umanità intera.
È per me un privilegio sempre nuovo, sempre affascinante ogni volta che mi è data l’opportunità di “raccontare” l’Africa e in maniera particolare della donna d’Africa, delle donne d’Africa. Raccontare, declinare fatiche e speranze di un continente a forma di cuore, lo sento come una missione speciale che mi è stata data dentro la vocazione missionaria. Ogni volta che mi accingo a scrivere o a ragionare sul ruolo insostituibile della donna d’Africa scopro qualcosa di nuovo, di straordinario, di unico. Ogni volta che penso alle donne d’Africa, mi commuovo.
Parte del mondo
Ma questo non mi toglie l’obiettività di veduta e di analisi e dunque la capacità di saper sondare le infinite sfaccettature e complessità della questione femminile dell’Africa.
Mi è stato infatti chiesto di tracciare a grandi linee alcune caratteristiche della donne d’Africa, mettendo in evidenza luci e ombre. Lungi da me quindi voler santificare o mitizzare a priori la donna africana, o peggio generalizzare, facendo torto all’incredibile vivacità, diversità e creatività che caratterizzano le persone nel loro ambiente.
C’è di tutto anche in Africa. Anche tra le donne africane ci sono le donne coraggio che si battono per la legalità e le madam che sfruttano altre donne, ci sono donne che hanno difeso a rischio della propria vita altre donne considerate “nemiche” e quelle che si sono macchiate di orrendi omicidi durante il genocidio del Rwanda (come ci furono durante il nazismo); ci sono donne che sono giunte al potere e lo vivono come un servizio alla nazione e altre che del potere hanno fatto un piedestallo del loro egoismo. Ci sono donne capaci di incitare gli uomini alla guerra. Sì ce ne sono, eccome.
Ma c’è anche altro. Le ombre che offendono e sfruttano il corpo femminile in occidente, intaccano anche il corpo femminile africano. I vizi del consumismo che minano il tessuto sociale in occidente hanno raggiunto anche le radici delle culture africane. Anche in Africa aspetti antichi e culturali sono stati spazzati via da mode egocentriche. Insomma, c’è del buono e del cattivo anche in Africa, come dappertutto.
Da qui un richiamo. Dobbiamo imparare a consideriamo l’Africa non un mondo a parte, ma parte del mondo. Considerare le donne d’Africa, non “oggetti” interessanti di studio, ma soggetti importanti di dialogo.
I problemi e le vicissitudini delle donne africane, sono i problemi e le vicissitudini delle donne di tutto il mondo. La storia della donna ovunque ha avuto le sue fatiche, le sue ferite, le sue umiliazioni. Ma quello che dà risalto al ruolo della donna africana è la situazioni in cui si trova a vivere e ad operare, ancora oggi, dopo decenni di sfruttamento, di colonizzazione, di dittature. È ancora lei che paga le nefandezze delle lotte e delle guerriglie interne, diventando bottino di guerra; è sempre lei che supplisce ovunque ai ritardi storici dei governi, è lei che stando in piedi, anche quando non ne può più, impedisce il collasso del continente e ne assicura la sopravvivenza.
Imparare a leggere l’Africa con occhi nuovi
Stereotipi. Questo è il parametro con il quale si tende a leggere l’Africa. «In Africa si fa così, si mangia così, le donne sono così… Conosco l’Africa…». Ci si dimentica che si sta parlando nientemeno che di un continente nel quale vivono un miliardo di persone, con mille lingue, culture, usi e costumi diversi. Eppure siamo così “affezionate” ai nostri stereotipi dai quali facciamo fatica a liberarci, facendo così un servizio deleterio a questa Africa che tanto amiamo.
Anche il solo pensare di poter tratteggiare un profilo della donna in Africa diventa non solo astruso, ma rischia di essere altamente riduttivo. Dire “donna africana” non vuol dire nulla: esistono situazioni e realtà molteplici, esistono culture che pur avendo aspetti simili, non hanno nulla in comune. Dire “donna africana” non vuoi dire nulla perché non esiste una donna africana che sintetizzi tutte le donne del continente: esistono donne eritree, somale, keniote, ugandesi, sudafricane, algerine, malawiane, togolesi, etiopi; esistono 54 stati in Africa. Penso che dobbiamo rendercene conto. Possiamo dire che ci sono in tutta l’Africa donne capaci di sconvolgere lo status quo imposto da politiche strozzine; donne africane capaci di uscire dall’immobilismo e da tradizioni obsolete, dalla millenaria sottomissione imposta da consuetudini che ormai non tengono più; donne capaci di farsi promotrici del cambiamento sociale dei loro Paesi, per un futuro migliore per tutti e tutte. Possiamo dire senza paura di sbagliare che in molti paesi d’Africa sono loro il motore del cambiamento della società. Ecco forse sono questi i fili conduttori che uniscono e accomunano le donne d’Africa, rendendole così simili tra loro.
Quando si è iniziato a progettare la Campagna del Premio Nobel per la donna d’Africa sono stati in molti ad avere delle perplessità, ricordando che appunto, non si poteva generalizzare “la bontà” femminile africana. E sono d’accordo. Ma la realtà nella quale vivono, operano e lottano spesso è davvero avversa, ed è il coraggio indomito che stupisce e affascina. Non possiamo quindi non riconoscere loro una marcia in più, proprio per le condizioni in cui spesso deve agire, vivere e sopravvivere. E lo fanno non per loro stesse, ma per garantire vita al Continente, un Continente bistrattato dai suoi governanti e dalle brame di compagnie e nazioni straniere.
È stato detto che «sono in molti a decretare l’agonia del Continente, incapaci di autocritica sul proprio operato, volontari poco fiduciosi nelle capacità degli africani di risollevarsi, aspettano sul greto del fiume di vedere passare il cadavere dell’Africa».
Ma nonostante queste funeste previsioni, il cadavere non è ancora passato... Il cadavere del Continente che attendono in molti, non passerà, e questo lo dobbiamo grazie alla energia vitale delle sue donne. È questo il ruolo fondamentale delle donne: fare da deterrente alla deriva del continente, non solo per il futuro, ma soprattutto per il presente, garanzia sicura del domani. Senza l’oggi delle donne non ci sarebbe nessun futuro.
Ma sta a noi non solo tener conto del ruolo della donna, ma far risaltare le qualità del suo operare. Quante volte, sentendo parlare dell’Africa spesso e volentieri si sottolinea “quello che non ha”. Da qui l’incapacità di saper “leggere” la sua storia, e ancora più faticoso leggere la storia dell’Africa scritta dall’Africa. Che fatica nominare donne africane che oggi lavorano, sudano, soffrono, lottano per raccontarci il vero volto dell’Africa.
Alzi la mano chi ha sentito parlare o ha trovato libri di storia di: Ngola Mbandi Nzinga Bandi Kia Ngola, oppure di Aline Sitoè Diatta, di Nandi, di Yaa Asantewa, di Tin Hinan e di moltissime altre. Donne che hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia del Continente africano, ma la loro memoria, le loro storie sono rimaste appese al suono sempre più tenue dei racconti orali che si tramandano di padre in figlio. Wangari Maathai, Mariama Ba, Myriam Makeba e altre grandi donne africane devono prima morire per essere “ri-conosciute”.
Sono moltissimi i nomi di donne che, al pari di noi missionari e missionarie, si stanno battendo, e loro con maggior cognizione di causa, per dare una opportunità di vita alle speranze, ai sogni, alle fatiche delle loro famiglie e comunità di appartenenza. Sempre più si trovano donne operatrici di pace. È bello che il Premio Nobel per la Pace 2011 sia stato dato a tre donne, due delle quali Africane. Ennesima conferma che l’Africa e la Pace camminano a passo di danza femminile.
Ormai non si contano più i movimenti femminili che nelle singole nazioni crescono a vista d’occhio e quello che ovunque richiedono con coraggio è più: accesso all’educazione; diritto a possedere la terra, loro che controllano il 70% del lavoro agricolo e producono l’80% dei beni di consumo e assicurano quasi il 90% della commercializzazione, sono escluse dal possedere un pezzo di terra, solo perché donne; accesso alla salute; accesso nel campo artistico, spesso una zona riservata ai maschi; e infine, ma non ultimo per importanza: più accesso nel campo politico e decisionale.
Sono loro che portano nel grembo prima, in spalla poi l’Africa, le mille Afriche... e camminano da mane a sera lungo i sentieri del Continente, per raccontare, per celebrare, per onorare la vita a loro affidata. Lo stesso Sinodo dell’Africa di due anni fa ha riconosciuto il ruolo sorprendente delle donne nella società e nella chiesa e auspicava una loro integrazione più ampia nelle strutture della Chiesa e nei suoi processi decisionali.
Dalla parte di lei
Oggi però non è più sufficiente raccontare che le donne dell’Africa sono meravigliose, quando, alla loro fatica quotidiana per risollevare le sorti dei propri popoli, non corrisponde una volontà politica nazionale e internazionale che dia ai loro sforzi il riconoscimento dovuto.
Il ruolo delle donne avrà futuro in Africa quando avremo il coraggio di “essere di parte” e metterci al fianco delle donne e sostenerle nelle interminabili azioni di liberazione contro ogni sfruttamento, se insieme sapremo unire la nostra indignazione nei confronti di governi che sottraggono denaro pubblico destinato all’istruzione, alla sanità, alla cultura, all’arte, all’agricoltura, per ingrassare i depositi delle armi; il ruolo delle donne d’Africa avrà futuro quando si passerà dalle mille promesse ai fatti concreti, quando sapremo metterci all’ascolto dei loro lunghi e sofferti silenzi... Il ruolo della donna porterà futuro all’Africa quando verrà riconosciuta e trattata da protagonista del risveglio del Continente.
«Se non ti fanno entrare in città, allora staccati dalla folla e procedi a testa alta. Fa che credano che tu sia alla testa di un corteo». È un proverbio dell’Africa e credo rifletta a meraviglia il percorso della donna africana, nonostante tutto, a testa alta. Più che regine. Fiere, dignitose, e al contempo umili, ma non con complessi.
Le donne dell’Africa hanno capito da un pezzo che non possono continuare a rimanere in silenzio, che devono alzare la voce, e sanno per esperienza che devono farlo loro stesse. Da qui l’invito cordiale a smettere di dire che ci facciamo paladine di “chi non ha voce”: le donne africane hanno voce, spesso a loro manca solo un microfono
Ciò che colpisce delle donne africane
La determinazione. Sono state chiamate “spina dorsale” dell’Africa, ma sono anche i piedi, le mani, il volto, il ventre caldo dell’Africa. Sono ovunque. Sono instancabili. Hanno dentro di sé una forza davvero sconosciuta che le rende capaci di mettersi in piedi a difesa della vita.
La costanza. Quante volte abbiamo visto le nostre madri e sorelle, ogni giorno dei 365 giorni dell’anno lavorare instancabilmente. Niente ferie, niente pause, niente premi. L’icona che meglio rappresenta questa caratteristica e una donna che macina il grano. Un colpo dietro l’altro, deciso, continuo, costante. Ripetitivo. Ma sanno che solo così potranno dare il cibo necessario alla loro famiglia. Stessi gesti, ogni giorno, ogni settimana, ogni anno. e vanno ogni mattina, a testa alta, a tessere trame di storie nuove.
La fede. Chiunque in situazioni simili di quelle che vivono gran parte delle donne africane avrebbero perso qualsiasi speranza. Loro no. A piedi nudi, a mani alzate, da secoli implorano il Dio della Storia. Una fede diamantina dalla quale, noi, religiose, dovremmo attingere a piene mani e imparare.
La positività: quasi impossibile trovare donne che non sappiano guardare con positività ogni avvenimento. Per quanto difficile. La danza, il riso, la gioia sono elementi che forgiano la quotidianità delle donne e danno il coraggio di proseguire il cammino. Ma oggi vediamo un po’ ovunque un passaggio che le donne stanno sperimentando dalla resistenza all’esistenza, dall’anonimato al coraggio dell’identità.
E infine la sfida della solidarietà, grande polmone che tiene unite le donne: lavorare insieme, creare rete, solidarizzarsi. Parole note alle donne africane. Basta dare un’occhiata ai variopinti mercati, vere e proprie fucine di sopravvivenza, dove tutte comprano e vendono e alla sera tutte sanno che nessuna di loro deve rimanere a mani vuote. È la legge non codificata che regge il popolo invisibile delle nostre donne d’Africa, madri e più che regine.
La resistenza. Chi ha potuto visitare qualche paese dell’Africa si sarà senz’altro accorto/a dell’onnipresenza della donna: al mercato, nelle piazze, nei campi, nelle chiese. Ovunque c’è lei, spesso solo lei. La presenza costante e ovunque delle donne è una forma pacifica di resistenza quotidiana, di donne che sono lì perché sanno che non possono abbassare la guardia, non possono delegare: pena la morte stessa del continente.
Il coraggio di rischiare
Ed è questa certezza che spinge molte di loro a oltrepassare il confine. A tentare l’impossibile. A lasciare il terreno sicuro delle loro terre per andare in terre spesso inospitali. Molte riescono a mettere in campo tutte le caratteristiche tipiche della loro energia vitale, molte altre cadono in trappola e diventano vittime.
Bisognerebbe ascoltare queste storie “minime” che nessun telegiornale ci porterà in visione perché è molto più facile e comodo parlare della miseria altrui piuttosto che delle sue cause; è più semplice e sbrigativo fare un poster strappalacrime che raccontare le faticose battaglie, le piccole vittorie conquistate a piedi scalzi e mani nude. Perché è questo che ogni mattina caparbiamente fanno le miriadi di donne sparse in ogni angolo del continente africano: perché davvero tutti e tutte abbiano vita e vita in abbondanza.
Proprio mentre stavo scrivendo queste note ho appreso che il Premio Nobel per la pace è stato dato a tre donne, due delle quali africane. Volevamo fosse consegnato a tutte le donne del continente, ma va bene anche così. La Campagna portata avanti in questi anni di fatto ha già raggiunto un obiettivo: dare visibilità al ruolo delle donne africane e dire a ognuna che la scommessa d’Africa si potrà vincere solo grazie a ciascuna e a tutte.
Con il cuore, dentro il cuore
Ma voi tutto questo lo sapete già. Voi che ogni giorno vi imbattete in corpi spezzati, in corpi violentati, in corpi umiliati. Voi che conoscete e spesso fate vostre le ansie e le fatiche di queste donne. Cosa dirvi se non cose che già sapete?
Mi viene in mente la frase del Piccolo Principe: «Non si vede bene che con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi». Ecco, dovrete esercitarvi sempre più a saper andare oltre, a guardare con il cuore, perché l’essenziale spesso sfugge a uno sguardo sbrigativo. Oltre a questi corpi c’è un mondo sconosciuto. Ci sono i sogni infranti di una vita nuova, ci sono le speranze deluse, ci sono i progetti d’amore traditi.
Nel vostro servizio dovrete acquisire questa capacità straordinaria di saper ascoltare e vedere oltre l’apparenza che spesso si presenta in corpi sfatti. Dentro questi corpi di donne vittime della Tratta c’è una storia, ci sono dei nomi che raccontano un Paese, ci sono volti che narrano odissee. Ogni persona ha una sua storia che vuole essere raccontata, accolta e ascoltata.
Oltre a questi corpi infangati c’è una storia di utopie mai sopite.
Bisogna entrare nel cuore di queste donne come quando si entra in un luogo sacro, con reverenza. Come quando si entra nel Continente africano: terra inzuppata di sudore, di sangue, di soprusi. Terra santa. Ecco è così che bisogna entrare nel cuore di queste donne: in punta di piedi per non cancellare le orme leggere lasciate dai piedi mai stanchi che hanno superato barriere per realizzare sogni di vita.
Entrare nel cuore di donne che sono figlie, madri, sorelle che non si arrendono. Cercare di far emergere quelle caratteristiche che sono parte viva delle donne d’Africa e che le rendono così “speciali”. È bello che l’USMI da anni ha istituito un settore specifico per contrastare la Tratta, ed è profetico che siamo noi donne religiose a prenderci cura di queste nostre sorelle, che a detta di UNO che se ne intende: «Ci faranno strada in Paradiso». E ci sapranno riconoscere.
È bello sapere che questo straordinario ministero ci trova in prima linea e che una rete invisibile in tutta Europa e oltre, tesse fili di speranza. È bello sapere che ci sono tante Eugenie, Rite, Valerie, Marie Rose e tantissime altre che ogni giorno scommettono su di loro. Senza pregiudizi, senza scandalizzarsi, senza atteggiarsi a maestre, ma divenendo giorno per giorno, umili compagne di viaggio.
È bello sapere che il nostro “far causa comune” con queste nostre sorelle diventa l’espressione concreta della misericordia di Dio.
Ecco perché è importante quindi assumere atteggiamenti di tenerezza, saper guardare queste donne, con il cuore, perché l’essenziale è invisibile agli occhi.
Ho ricevuto qualche tempo fa la storia di Maris. Mi sono sentita piccola, insignificante di fronte a questa donna: la sua lotta contro l’obbligo di prostituirsi, le sue infinite e indicibili sofferenze patite senza nessuna possibilità di uscita. E, dopo anni di solitudine e soprusi, finalmente quando sembrava aver trovato la via della vera libertà, una diagnosi: tumore. Ma lei, come le sue Madri d’Africa non soccombe. Rimane in piedi: lascia un’eredità, scrive le sue memorie, perché si sappia che le donne d’Africa, sono così: donne coraggio.
Questa è la radice forte e resistente che sta dentro il cuore di una donna africana. L’incredibile coraggio di intravvedere l’alba, mentre tutto intorno è notte. Ed è questo che rende grande la donna d’Africa, tutte le donne d’Africa.
Leggendo i suoi scritti, ho pianto.
Termino citando due uomini (par condicio), uno africano e l’altro pure.
Jean Leonard Touadi : «Facendo la radiografia dell’Africa è inevitabile incontrare le donne quali cuore pulsante di quella pentola in ebollizione che è il continente nero. Le donne rappresentano il punto di massima brillantezza della “perla nera” profeticamente intravvista e valorizzata secoli fa da Daniele Comboni».
Sì, questo uomo che aveva compreso, ante litteram il “genio femminile africano” ebbe a dire: «La salute dell’Africa dipende dalla donna». Generazioni di donne coraggio gli hanno dato ragione e oggi noi siamo qui per onorarle e per continuare il cammino al loro fianco verso una vita sempre più piena per tutte.
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