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Ai primi di gennaio 2011 e’ scoppiata la grave crisi della siccita’ e della fame nei paesi del Corno d’Africa e in Kenya. Il problema e’ stato previsto, annunciate e deprecato da molti. Le nazioni si sono mosse, le Associazioni e NGO si sono organizzati, sono partiti tanti aiuti di emergenza per la fame e per la salute dei 13 milioni di persone in Somalia, Ethiopia, Djibuti, Kenya, Sudan.
La gente in Kenya si e’ mobilitata come non mai con il motto “Kenya for Kenyans”
offrendo un contributo altissimo con la offerta di piccoli sacrifici e rinuncie. Anche noi nel nostro piccolo come Missionari della Consolata ci siamo mossi, sostenuti da tanti nostri amici per portare sollievo e consolazione nelle zone piu’ colpite dalla carestia e dalla fame in Kenya: turkana, samburu, tharaka.
La fame dovuta alla grave siccita’ che ha colpito questi paesi e al conseguente rialzo dei prezzi del cibo (farina, fagioli, olio, zucchero, riso) non e’ debellata per niente. La gente continua a soffrire e a sperare lottando per una vita migliore. Il problema dunque persiste e continuera’ finche’ le nuove pioggie e i mercati meno globalizzati delle grandi potenze potranno offrire nuovi raccolti, prezzi accessibili a tutti, progetti di sviluppo per prevenire disastri futuri (riserve d’acqua, dighe e pozzi).
In questa grave condizione di vita di questi popoli,rimane nel Corno d’Africa una profonda ferita umana conosciuta ormai da tutto il mondo: I campi dei Rifugiati di Dadaab (Kenya) a 80 Km. dal confine con la Somalia.
Visita ai campi di Rifugiati di Dadaab.
Il 12 Ottobre scorso, grazie all’appoggio di AVSI ( Associazione Italiana di Servizio Internazionale) e di UNHCR ( United Nations High Commission for Refugees) ho potuto visitare il Campo dei rifugiati di Dadaab. Era un desiderio che avevo nel cuore dopo aver condiviso le realta’ della fame nelle diverse zone del Kenya. E’ solo un’ ora di aereo da Nairobi.
La Direzione IMC del Kenya mi ha offerto questa opportunita’di vedere, sentire e comunicare.
Dadaab e’ un piccolo villaggio sulla strada che da Garissa (130 km) va a Liboi al confine con la Somalia (80 Km) in un territorio totalmente sabbioso e impervio pieno di arbusti e poche piante. Gli abitanti sono Kenyani-Somali che da tanto tempo hanno condiviso vita e lavoro, commercio e pastorizia. Attorno a questo piccolo villaggio sono piazzati tutti i campi delle Nazioni Unite e degli NGO con una potente difesa di reticolati e cancelli di sicurezza, dove ci sono gli uffici e tende dei volontari per il servizio ai rifugiati.
Nel 1991 quando scoppio’ la crisi della guerra in Somalia, molti Somali scapparono dalla loro terra per rifugiarsi in questo angolo del Kenya. Allora il Governo Kenyano preparo’ dei campi particolari attorno al villaggio di Dadaab: IFO 1 nel 1991 per 30 mila rifugiati a 5 km,, DAGAHALEY nel 1992 per altri 30 mila rifugiati a 16 km., HAGADERA nel 1994 per altri 30 mila a 12 km. verso sud. Ora stanno preparando IFO 2 e 3 per ricevere altri rifugiati e un altro campo KAMBIOOS al sud di Hagadera. Ognuno di questi campi ospita oggi circa 120 mila rifugiati costituendo in totale il campo di rifugiati piu’ grande del mondo con 450 mila rifugiati.
Qui ogni giorno entrano decine di famiglie (specie donne e bambini) dalle 1200 a 1500 persone che camminano per 24 giorni in condizioni disastrose, o vengono portate da carretti di fortuna, o in qualche camion dove sono stipati come animali da macello. In questi campi quando arrivano c’e’ subito fame,degrado, sofferenza insicurezza, malattie e disperazione silenziosa. Il vero povero non protesta mai, ma guarda e spera.
Ci sono due tipi di rifugiati: 1*quelli che veramente scappano dalla guerra dei clan e dalla fame che imperversa nel paese, e 2* quelli che sono membri di qualche gruppo armato (come Al Shabaab o altra militia) e che continuano a seminare terrore e guerra dovunque siano). Nei campi ci sono tante armi che servono anche per il commercio nascosto in altre aree del paese
I Rifugiati.
Chi arriva al campo deve passare al banco di registrazione per avere il proprio posto nel clan dove appartiene, la carta di identita’, una tenda, il bonus per mangiare, per l’ospedale ecc. Ogni famiglia registrata riceve un pacco di cibo per 3 settimane (maiz, riso, fagioli, pasta, soya).
Tutti ricevono poi acqua gratis, assistanza medica e medicine, educazione libera nel sistema scolastico del Kenya.. Tutto questo organizzato da World Food Program (WFP) con diverse associazioni e ONG fra cui CARE, sotto il patrocinio di UNHCR. C’e’ un Ospedalino e 2 dispensari per ogni campo per il pronto soccorso. Le malattie piu’ correnti sono, la denutrizione, la malaria e le infezioni di vario tipo.
Al 99% sono Somali provenienti dalla vicina Somalia, poi ci sono piccoli gruppi di Etiopi.Sudanesi,Ruandesi, Ugandesi, Congolesi scappati via da situazioni di tensione, lotte tribali e altre cause di conflitti permanenti. La lingua parlata nei campi e’ il somalo, poco inglese e pochissimo Kiswahili. Per fare un lavoro con loro e per togliere ansieta,’ diffidenza e ostilita’ bisogna conoscere il somalo, altrimenti ci sono barriere insormontabili. Qui il 99% sono mussulmani di quelli tosti. Il dialogo con loro e’ difficile. Solamente le donne e i bambini hanno come sempre la dolcezza del rapport umano , del sorriso e delle porte aperte per il futuro. Il resto e’ integralismo puro.
Ogni gruppo di 10 casette o tende sono circondate da una siepe o “steccato” di arbusti secchi, non per le bestie notturne, mi dicono , ma per una certa privacy a cui loro tengono molto. Ogni gruppo di 10 famiglie ha un capo che cerca di tenere ordine e condivisione. Non e’ quindi una situazione come negli slums di Nairobi, ma una condizione piu’ decente e umanamente passabile. Comunque al di fuori di questi compounds, c’e’ un degrado forte: sporcizia, sacchi di plastica svolazzanti che sono le famose mobile toilets, mucchi di rimasugli di ogni tipo dove le capre si danno da fare per trovare qualcosa da mangiare.
Il problema piu’ grande dopo il cibo e’ l’educazione. Molti sono illetterati. Solamente il 41% dei maschi va ascuola e il 37% delle ragazze. In tutti i 4 campi ci sono 19 Scuole Asilo con
Primarie insieme,mentre le scuole Secondarie sono 6 (2 per ogni campo di 120 mila rifugiati). Ci sono delle classi con 90 – 100 alunni per classe dove la maggioranza siede per terra per mancanza di banchi. C’e un libro di testo ogni 10 alunni, quaderni pochissimi. Ho visto quaderni utili offerti dall’ Unicef, e altri libri di contabilita’ offerti da chi sa chi, che sono ammucchiati a pile negli uffici dei presidi della Scuola. Si stanno costruendo 3 Librerie per favorire la lettura tra gli alunni. Nelle 3 scuole che ho visitato (Amani, Upendo and Iftin – luce) ci sono da 1500 a 2300 alunni con molti maestri impreparati e senza materiale didattico.
La sicurezza.
C’e continua tensione in tutti i campi anche in quello delle Nazioni Unite. Il giorno 13/10 in piena mattinata sono state rapite le due giovani dottoresse spagnole mentre prestavano servizio al campo IFO. Noi in quel momento eravamo nel campo di Hagadera. Ci e’ stato dato l’ordine di non muoverci assolutamente finche’non fossero arrivate le forze militari ad accompagnarci al nostro campo. Pensate 30- 50 macchine in servizio umanitario costrette al convoglio forzato..E per un giorno non siamo potuti uscire. Al Shabaab e altre milizie hanno un potere grande che il Kenya adesso sta cercando di controllare. Forse e’ un po’ tardi intervenire adesso, dopo averli lasciati liberi nel commercio delle armi e nelle scorribande nel paese…
Ci sono 2 stazioni di Polizia per ogni campo ma i problemi sono tanti, delicati e misteriosi. Chi controlla le armi che entrano nei campi? Chi puo’ entrare nella cultura familiar e sociale dei clan che dominano la societa’ della Somalia? E’ un mistero.
Soluzione e futuro per i Rifugiati?
Ci sono 50 milioni di profughi nel mondo (displaced people). Quello che appare chiaro e’ che la maggior parte dei conflitti avvengono nei paesi in via di sviluppo. Molte volte la popolazione civile diventa un bersaglio militare o si trova nel mezzo del fuoco incrociato di gruppi armati. Spostarsi su altre terre vuol dire cercare sicurezza e protezione, cibo e stabilita’,
La maggior parte di questi rifugiati dei campi di Dadaab vivono in tende, ma anche in cassette fatte con fango e arbusti della savana. Non e’ facile per loro prevedere il giorno del ritorno: non si sa quando finira’ il conflitto dei clan in Somalia. Ognuno vorrebbe ritornare alla propria terra. Ma se un giorno dovessero ritornare, dovrebbero essere sicuri di trovare un sistema legale, giuridico, educativo, possibilita’ di un lavoro, sopravvivenza per le vedove e gli orfani. Il processo di riconciliazione e pace puo’ durare decadi come in altri paesi,
Solo Dio conosce il mistero di questi eventi umani. A lui affidiamo il complesso di queste situazioni tristi nel mondo. La communita’degli uomini puo’ solo arrivare ad accettare, capire e curare, garantire rpocurare ub future migliore per ogni gruppo umano. Le sfide sono alte ma le speranze sono sempre grandi perche’ con noi c’e’ la Luce di Colui che indica il cammino. |