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"Papa rosso? È una facezia, un luogo comune. Il Papa è uno". È deciso e diretto l'arcivescovo Fernando Filoni - al quale Benedetto XVI il 10 maggio scorso ha affidato la guida della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli
- riferendosi a un modo di dire curiale, entrato ormai nel gergo giornalistico, che a volte alimenta illazioni e congetture. Propaganda Fide gestisce la carità di quanti credono nella sua missione evangelizzatrice, e "l'impegno che contraddistingue il nostro lavoro quotidiano, in questo ambito, è garantire il rispetto delle motivazioni di fondo di ogni singola offerta: servire l'evangelizzazione" dice tra l'altro l'arcivescovo nell'intervista concessa al nostro giornale.
Il primo ottobre segna l'inizio del mese missionario, che coincide con quello mariano. Quali significati assume oggi questo importante appuntamento nell'ottica evangelizzatrice?
Si tratta di un appuntamento annuale che ormai da molti decenni coinvolge tutta la Chiesa, anzitutto sul piano della preghiera e poi su quello della solidarietà verso la missione evangelizzatrice. Per questo mese missionario il Papa ha voluto affidare alla riflessione dei cristiani un bellissimo messaggio che ha per titolo "Come il Padre ha mandato me anch'io mando voi"; di esso vorrei sottolineare tre punti che mi sembrano significativi. Il primo riguarda l'impegno che deve portare tutti i cristiani all'annuncio del Vangelo; in quanto battezzati, infatti, abbiamo un dovere preciso, quello di annunziare il Vangelo; si tratta di prendere sul serio il comandamento che Gesù, dopo la risurrezione, consegna agli apostoli e a tutti i credenti. Dunque i primi destinatari della vocazione missionaria sono i battezzati, quindi i sacerdoti e i vescovi. Il secondo aspetto si riferisce al servizio. Evangelizzare è il più prezioso dei servizi che noi possiamo rendere alla nostra fede; direi anche il più bello, perché per un cristiano annunziare il Vangelo significa rispondere alla volontà di Gesù. Evangelizzare, al tempo stesso, è servizio alla sua Chiesa, ma anche servizio a ogni singola persona, perché aiuta a recuperare una dimensione, quella orizzontale, che completa il senso delle nostre relazioni umane. Infine il terzo punto: si sottolinea che l'annuncio del Vangelo vivifica la Chiesa nel suo interno, ne fortifica il fervore, ne rinnova l'impegno nel mondo e la sprona ad adeguarsi nella metodologia e nello zelo.
Questo importante evento per lei assume un significato particolare: il primo ottobre, infatti, coincide con i suoi primi cento giorni alla guida del dicastero di Propaganda Fide.
Questi primi mesi sono serviti per mettere a fuoco il servizio che sono stato chiamato dal Santo Padre a rendere in questo dicastero. Finora ho cercato di approfondirne la conoscenza e di inserirmi nella gran mole di lavoro che esso svolge. Anche se non si trattava per me di cose del tutto nuove - il servizio della Santa Sede nelle rappresentanze pontificie, da cui provengo, abitua infatti a trattare le problematiche missionarie sul campo - era tuttavia necessario acquisire la metodologia che da qui muove il servizio che la congregazione rende nei territori di missione. Ciò mi ha dunque permesso di avere una completezza di visione che ritengo fondamentale nel servizio da rendere alle giovani Chiese, particolarmente di Africa, Asia e Oceania. Si tratta di un servizio bellissimo che procura intima gioia ed entusiasmo. Portare il Vangelo a tutti i popoli è un lavoro bellissimo.
Un lavoro bello che comunque comporta notevoli problematiche da affrontare.
Le problematiche indicano la molteplicità delle situazioni. Pertanto era necessario pensare a un piano di lavoro con il quale la nostra congregazione si doveva confrontare. Mi è piaciuto fin dall'inizio pensare al mio servizio in questo dicastero con l'immagine che il Santo Padre ebbe a proporre durante il suo viaggio apostolico a Venezia: parlò della fede come di un cantiere aperto; e noi qui vorremmo essere proprio come un cantiere dove si preparano le barche per la missione evangelizzatrice nel mondo. Ma si tratta effettivamente di un servizio complesso con vari aspetti da considerare.
Per esempio?
Quando i vescovi vengono da noi, in occasione delle visite ad limina, ci rendiamo conto profondamente di quello che siamo chiamati a fare per le Chiese missionarie, aiutandole nella loro opera di evangelizzazione. Ci rendiamo per esempio conto della necessità di sostenere ecclesialmente e materialmente i vescovi per incoraggiarli nelle problematiche che quotidianamente devono affrontare; si tratta a volte di avviare l'opera di evangelizzazione, in altre di sostenere le comunità già evangelizzate, di risolvere le problematiche connesse alla formazione delle vocazioni, di come trattare con le altre religioni, di come provvedere all'educazione dell'infanzia o ai bisogni umani di popolazioni in gravissime difficoltà; dobbiamo occuparci di garantire una presenza più qualificata della Chiesa in certe zone, di come ridurre territori assai ampi creando nuove diocesi perchè stimolino più efficacemente l'opera di evangelizzazione.
E dal punto di vista sociale?
L'evangelizzazione favorisce sempre lo sviluppo dei popoli. È una prospettiva che non va sottovalutata: l'annunzio del Vangelo porta e crea solidarietà. Per questo, sebbene l'evangelizzazione sia il nostro primo obiettivo, ci proponiamo sempre di promuovere la solidarietà verso chi vive nei territori di missione condividendo e comprendendo le loro necessità umane, sociali e materiali. L'evangelizzazione inoltre si svolge sempre anche in un contesto di sviluppo. Pensiamo alla scolarizzazione, primaria e secondaria, e alle università dipendenti dall'autorità ecclesiastica, all'assistenza sanitaria attraverso i tanti dispensari disseminati in luoghi isolati e lontani dai centri di assistenza pubblica, quando, non di rado, dimenticati da tutti. Ma non va minimizzato poi il sostegno morale che si porta a tante popolazioni con l'annunzio del Vangelo, che permette a tanta gente di vivere con più dignità. Cosa dire poi della promozione della giustizia? Diffondendo i principi del Vangelo per forza si parla di giustizia, di cui questi nostri territori hanno tanto bisogno. L'impegno missionario favorisce la nostra conoscenza di etnie e di popolazioni lontane, ricche di tanti valori. Molta gente è affascinata dai documentari sulla vita di popoli lontani, come pure dalle bellezze delle terre in cui vivono. Ciò fa apprezzare le culture, le realtà diverse dalle nostre civiltà e sviluppa solidarietà. Quante onlus oggi lavorano con i missionari nella promozione umana e sociale! L'evangelizzazione, vorrei infine aggiungere, promuove anche l'ecologia, facendo in modo che sia conosciuto e rispettato l'ambiente tanto dalle popolazioni locali, quanto da noi nei loro confronti.
La missione evangelizzatrice comporta sinergie con gli altri dicasteri della Santa Sede, soprattutto con quello appositamente voluto dal Papa per la nuova evangelizzazione. Come ciò si sviluppa?
La prima considerazione da fare è che la nuova evangelizzazione va strettamente legata con la prima evangelizzazione. La nostra congregazione è destinataria della prima evangelizzazione ed è l'impegno primo affidatoci nei secoli dai Sommi Pontefici. Ma questo concetto ora va integrato. Nei territori in cui la prima evangelizzazione può vantare già secoli o decenni di vita si pone la questione della ri-evangelizzazione; quindi si avverte la necessità di un approfondimento della fede. Ci sono, infatti, tante situazioni in cui si nota che la fede o è diminuita o a volte è quasi persa. Dunque, la nuova evangelizzazione ci riguarda almeno per quella percentuale di vita ecclesiale che si riferisce alle comunità di più antica evangelizzazione pur se nei territori di missione. Se l'aspetto della nuova evangelizzazione è più evidente nei Paesi di antica tradizione cristiana, non manca nei territori dipendenti dal nostro dicastero; inoltre, il fenomeno dell'immigrazione sposta ora il problema della prima evangelizzazione nei Paesi di antica tradizione cristiana, coinvolgendo direttamente l'impegno delle comunità cristiane nei confronti degli ultimi arrivati. Si tratta spesso di persone che si ritrovano a vivere tra noi, ma non conoscono Cristo. Anche esse hanno diritto alla conoscenza del Vangelo. Va anche detto che l'entusiasmo dei neofiti in mezzo a noi è uno stimolo favorevole per le Chiese di antica tradizione cristiana. Come dicastero missionario guardiamo con attenzione, dunque, all'attività del dicastero per la nuova evangelizzazione; camminiamo insieme aiutandoci reciprocamente nel servizio alla Chiesa e all'umanità.
A novembre il Papa si recherà in visita pastorale nel Benin: un'occasione per concentrare l'attenzione sul continente della speranza. Perché?
L'Africa è un continente che ha una storia ricchissima fatta di alti e bassi. Naturalmente vive problemi a volte simili, ma più spesso molto diversi dai nostri. C'è una realtà umana a cui guardare e a cui proporre prospettive di futuro. Troppo spesso le cosiddette civiltà occidentali guardano all'Africa come ad un continente da usare. Qui naturalmente potremo fare moltissime riflessioni. Ci fermiamo a una sola considerazione: a un primo colonialismo non bisogna farne seguire un secondo. Al contrario, bisogna aiutare questa gente a contare sulle proprie capacità e ricchezze, a non accontentarsi di qualche cosa di marginale, a essere protagonista del proprio sviluppo. Questo aiuterà le persone, non solo a vivere nella propria patria, ma anche a valorizzare quello che hanno. Dal punto di vista della speranza cristiana, direi che si cominciano a vedere i frutti dell'impegno della Chiesa. Tre anni fa il Papa si è recato in Camerun per rispondere alle attese dei vescovi africani i quali, dopo oltre dieci anni dal primo Sinodo, desideravano fare il punto della situazione circa il loro continente. A novembre prossimo il Santo Padre ritornerà, dopo un Sinodo che ha portato l'Africa al centro dell'attenzione universale, per consegnare il frutto di quel lavoro, una nuova esortazione apostolica. Il nostro impegno è che l'Africa riprenda vigore spiritualmente, moralmente ed economicamente come protagonista della sua storia. La Chiesa le sarà accanto.
La diffusione sempre più accentuata dell'islam e la non meno crescente aggressività del fondamentalismo e delle sette religiose costituiscono una sfida. Come affrontarle e come rispondere?
Non si tratta di una sfida solo dei Paesi di missione, perché esiste in tutto il mondo. La differenza della sfida sta, nei nostri territori, nelle diversità delle situazioni: un conto è essere minoranza, un altro essere maggioranza. Ma se la Chiesa è stimata, è chiaro che essa è sempre in grado di incidere ovunque, anche nel mondo islamico. Io ho vissuto a lungo nel mondo islamico e ho potuto constatare come le nostre scuole ad esempio siano frequentatissime dai ragazzi musulmani, segno che le famiglie stimano ed apprezzano il nostro servizio, anzi non di rado, chiedono che i nostri principi di giustizia, di verità, di bene siano inculcati nei loro figli. La stima consente il dialogo e con il dialogo è possibile la civile convivenza per tutti.
La missione della congregazione nei diversi territori a essa sottoposti comporta una serie di impegni che riguardano anche la gestione concreta delle attività e delle iniziative necessarie al raggiungimento degli obiettivi fissati. Un campo di azione, questo, a volte oggetto di polemiche mediatiche e strumentali. Esistono dei problemi oggettivi in questo settore e come intende affrontarli?
La congregazione di Propaganda Fide ha una storia di cinque secoli; è nata dall'intuito di Gregorio XIII, dalla visione di Clemente VIII - siamo nel 1599 - e dall'intelligenza di Gregorio XV, che nel 1622 le diede la definitiva configurazione. Dunque ha una lunga storia. E i cristiani hanno sempre amato questa istituzione perché sapevano che aveva come prima missione l'evangelizzazione di tutti i popoli. La congregazione allora raccoglieva informazioni e notizie che veramente aprivano il mondo a Roma e portavano Roma al mondo. È naturale che i cristiani, amandone l'opera evangelizzatrice, siano stati generosi nel sostenerla anche finanziariamente. Dunque, le offerte e i beni che sono stati dati nei secoli a Propaganda Fide hanno questa originaria finalità, che noi come congregazione siamo chiamati a rispettare. Tuttavia, poiché l'opera di evangelizzazione e di promozione umana è andata crescendo sempre più, ecco che si è sentito il bisogno di incrementare questi aiuti, per così dire "storici", con le collette della Giornata missionaria mondiale e altre iniziative di cui le Pontificie Opere Missionarie nazionali si fanno promotrici. Da parte nostra rimane un serio impegno perché ciò che è destinato all'evangelizzazione serva per l'evangelizzazione; ma vorremmo pure che la generosità dei nostri cristiani sia sempre accompagnata da un grande amore per le missioni e da una fervente quotidiana preghiera in sostegno ai missionari e all'annunzio del Vangelo.
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