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RIVOLUZIONI ARABE, UNA SFIDA PER TUTTI PDF Stampa E-mail
Scritto da MISNA   
Venerdì 09 Settembre 2011 00:00

harabs“Nella prima euforia delle rivoluzioni, mentre cadevano tanti riferimenti consueti, lo scenario sembrava talmente cambiato da risultare irriconoscibile. Una gigantesca tabula rasa, senza nessun legame con il passato? Chiaramente no. Ogni giorno che passa conferma l’impressione che queste rivolte (che giustamente chiamiamo rivoluzioni) abbiano introdotto una reale novità, ma innestandosi in un contesto specifico. Scandire uno slogan al Cairo non è come gridarlo a Pechino e, come è stato acutamente osservato, la democrazia liberale non è la fine della storia”. E’ uno dei passaggi più significativi dell’editoriale con cui Martino Diez apre il nuovo numero della rivista Oasis (Diez è il direttore della Fondazione Oasis) dedicato al vento di rinnovamento, alle rivolte e alle crisi attraversate da diversi paesi arabi.

“Finora la rivoluzione ha avuto successo in due tra i Paesi più omogenei della regione – prosegue Diez riferendosi a Tunisia ed Egitto – ma in contesti più variegati le contrapposizioni settarie possono trovare facile presa. A parte il caso limite del Bahrain, dove la tensione è vecchia di decenni se non di secoli, il discorso vale per la Siria, è già all’opera in Iraq e potrebbe interessare anche l’Arabia Saudita. Le rivolte e le rivoluzioni stanno alterando rapporti di forza consolidati (magari non nella direzione indicata dai media, come ricorda Bernard Hourcade a proposito della ventilata “ascesa iraniana”), ma funzionano anche come arma impropria. Se ci è lecita l’immagine, ognuno dei contendenti ha tutto l’interesse a gettare la patata bollente nel campo del vicino. Ingerenze straniere, tra vicini che mal si sopportano, sono sicuramente possibili”.

Secondo Diez, “l’elemento più impressionante che emerge dalle rivoluzioni è lo scollamento (prima di tutto anagrafico) tra le nuove generazioni e le istituzioni religiose ufficiali, musulmane e cristiane. C’è su questo abbondante materia di riflessione”.

Un altro elemento, scrive ancora il direttore della Fondazione Oasis, è il peso dell’economia nell’intera vicenda. “Quasi tutti gli Stati mediorientali sono fondati su un sistema di rendite che, soprattutto là dove il nuovo boom petrolifero non interviene a ripianare i debiti delle amministrazioni pubbliche, si sta rivelando insostenibile. Come già la rivoluzione dell’89 poté essere spiegata anche con la necessità di aprire nuovi mercati, travolgendo burocrazie inefficienti e corrotte che ostacolavano la penetrazione economica, così anche nella primavera araba una chiave di lettura analoga non è da sottovalutare”.

Infine, il ruolo dei cristiani. Un dato emerge con chiarezza, sostiene Diez: “Il vecchio sistema di protezione, che peraltro non ha impedito un imponente esodo dalla regione, non c’è più o sta tramontando. Aggrapparsi a quanto di esso rimane non è una strategia che porterà lontano. Occorre prendere coraggio, consapevoli che, come già in passato, i cristiani non domandano privilegi per alcuni, ma diritti per tutti”.

 

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