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| IL PADRE «RICONCILIATORE» SBARCA A NYC |
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| Scritto da Laura Zanella |
| Sabato 20 Agosto 2011 00:00 |
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Una lettera-bomba lo ha sfigurato lasciandolo senza due mani e un occhio, con i timpani frantumati e ustioni sul 95% del corpo. Siamo nell'aprile del 1990. Sono passati tre mesi dalla liberazione di Nelson Mandela dalla prigione di Robben Island. Padre Michael Lapsley, sacerdote anglicano mandato in esilio in Zimbabwe dall'allora governo sudafricano, riceve un pacco-bomba. Vittima del colpo di coda dell'apartheid, padre Lapsley non solo è sopravvissuto all'esplosione, ma si è messo al servizio delle vittime della tortura del regime per combattere la cultura della violenza e della vendetta. In Sudafrica e nel resto del mondo. La sua storia, come riporta l'agenzia Cath News India, è stata ripresa dal mondo del cinema in un film-documentario dal titolo emblematico “Da vittima a vincitore”, prodotto dal sacerdote indiano Agnelo Gomes e proiettato il mese scorso all'interno del prestigioso New York Academy Film Festival. «Dopo oltre 30 interventi chirurgici, protesi alle braccia, il recupero parziale dell'udito e un occhio artificiale, padre Lapsley non è più un soldato ferito» ha detto il regista. E, tornato sul campo, ha iniziato a lavorare per guarire la memoria di un Sudafrica violentato da oltre 40 anni di apartheid. Dapprima come cappellano nel 1993 a stretto contatto con la Commissione per la Verità e la Riconciliazione presieduta dall'arcivescovo emerito di Città del Capo, Desmond Tutu. Poi nel 1998 con la fondazione dell'Istituto per la Guarigione delle Memorie, lanciando programmi specifici per dare ai sudafricani la possibilità di elaborare gli effetti traumatici del passato di segregazione da un punto di vista emozionale, psicologico e spirituale. «La gente mi chiede ancora come io sia riuscito a sopravvivere – ha detto padre Lapsley -. L'unica risposta è che, anche nel bel mezzo dell'esplosione, ho sentito la presenza di Dio. Oggi sento di essere un sacerdote migliore. Pur non avendo le mani». Padre Lapsley, 62 anni di origine neozelandese, è arrivato in Sudafrica nel 1973, dove è diventato cappellano dell'università di Durban nel pieno della repressione dell'apartheid. Il suo attivismo non ha tardato a farsi sentire quando, durante le rivolte di Soweto del 1976, le proteste degli studenti neri contro il National Party venivano represse nel sangue. Di qui l'espulsione dal Sudafrica e la presa di posizione a fianco dell'African National Congress, partito di Nelson Mandela nella battaglia per la libertà. |






