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DI FRONTE ALL'UMANITÀ SOFFERENTE PDF Stampa E-mail
Scritto da FERNANDO FILONI   
Giovedì 11 Agosto 2011 00:00

umanitsofferente"Sentì compassione per loro e guarì i loro malati" (Matteo, 14, 15). Gesù dà inizio a una serie di guarigioni che sembrano non finire mai. Sfila davanti a lui tutta l'umanità sofferente. Tante persone inferme vengono rimesse in piedi. Un'azione incredibile e ininterrotta, anche se Gesù sa bene che il prodigio che è venuto a operare dovrà entrare in profondità. Il cuore dell'uomo sarà il centro della sua missione. È disceso sulla terra, infatti, per rivelare il volto misericordioso del Padre che "vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità" (1 Timoteo, 2, 4).
Ho accolto con gioia l'invito a presiedere questa Eucaristia che conclude il ciclo di celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario della nascita al Cielo di san Giustino de Jacobis, evangelizzatore dell'Etiopia, oltre che apostolo del nostro popolo. Questa terra è stata fecondata dalla sua eroica testimonianza di vita. Era giusto, quindi, commemorarne l'esemplare figura di missionario che, come il servo di Dio, Papa Paolo VI ebbe a dire il 26 ottobre 1975, in occasione della sua canonizzazione, "ha un solo torto, quello di essere troppo poco conosciuto".
Nasce a San Fele il 9 ottobre 1800. Si sposta con la famiglia a Napoli e, in seguito, in Puglia dove prosegue gli studi teologici. Ordinato sacerdote nella cattedrale di Brindisi, come religioso lazzarista, dopo dodici anni di ministero in quella regione, torna a Napoli per assistere i malati di colera. A seguito di un appello lanciato da Propaganda Fide al suo istituto religioso, a 38 anni padre Giustino parte per il nord dell'Etiopia.
Impara ad amare il popolo Abissino, la sua cultura e le sue tradizioni. Dedica tutto se stesso allo studio del ghe'ez, la lingua liturgica indispensabile per comprendere i testi sacri dell'antica tradizione teologica etiopica. A dieci anni dal suo arrivo in Etiopia, diventa vicario apostolico dell'Abissinia, ed è ordinato vescovo dal cardinale Guglielmo Massaia.
Oltre a realizzare un seminario per il clero indigeno, dà vita a tante stazioni missionarie. All'evangelizzazione delle città preferisce quella delle aree più rurali e depresse del Paese, popolate dai più poveri e più umili.
Sceglie uno stile di vita missionaria itinerante, modalità alla quale rimane fedele fino alla morte, mantenendo una metodologia missionaria di basso profilo. Con una piccola tenda va in giro per i villaggi. Si sposta a piedi aiutandosi con un bastone. Trova riparo nelle grotte, dormendo con i pastori e il loro bestiame. Subisce prove di ogni tipo, compresi cinque anni di esilio, a seguito della persecuzione del negus Teodoro II.
Uomo mite e generoso, si spende nell'apostolato e nella formazione del clero locale. Patisce la fame, la sete, e subisce pure il carcere. Muore a Zula, in Eritrea, il 31 luglio 1860. Lì le sue spoglie sono conservate e venerate.
La singolare figura di san Giustino illumina una domenica che la liturgia dedica al tema del pane, preludio dell'Eucaristia, "il pane vivo disceso dal cielo" (Giovanni, 6, 51).
L'evangelista Matteo lascia intendere quanto straordinario fosse l'intuito della gente, capace di rincorrere quasi pedinandolo quel giovane messia di Nazaret. Uomini e donne lasciano le occupazioni quotidiane per correre dietro a lui. Conquistati dalle sue parole, essi lo seguono dappertutto. Lo precedono perfino oltre il lago, il luogo che doveva rimanere "segreto". Gesù aveva necessità di un po' di riposo, ma l'amore vince. Condividere gli affanni e le preoccupazioni della folla, ascoltarne le pene è parte della sollecitudine del pastore.
Eccolo, dunque, ancora pronto ad alleviare il pesante fardello dell'umanità sofferente. La debolezza altrui, usata da alcuni per discriminare o asservire, è per lui opportunità di grazia.
È difficile che si cerchi Gesù per Gesù, ossia per quella missione che il Padre gli ha affidato. Talvolta lo si rincorre per ragioni altre: un incitamento, un favore, una guarigione. La gente è talmente ubriaca di meraviglia per i prodigi operati da lui che non si accorge che cala la sera. Il buio coglie tutti impreparati e pone il problema del cibo, tanto più che il luogo è isolato. Di fronte al pressante invito degli apostoli a congedare la folla, Gesù dirà: "Date loro voi stessi da mangiare" (v. 16).
Gesù ha in mente un segno eclatante che, tuttavia, non vuole gestire da solo. Chiede collaborazione e gli viene offerto il contributo di cinque pani d'orzo e di due pesci. Il poco diventa occasione di sazietà se vissuto come dono: si trasforma, invece, in miseria se trattenuto per la propria ingordigia. Dio ha bisogno di noi per moltiplicare la sua presenza di amore.
La moltiplicazione dei pani e dei pesci è anticipazione dell'Eucaristia, un alimento vero, non metaforico: "La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda" (Giovanni, 6, 55) (cfr. Ecclesia de Eucharistia, 16). Con soli cinque pani e due pesci vengono sfamati più di cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini, dunque una folla di sette-ottomila persone. Non erano tutti meritevoli. Tra la folla c'erano persone buone e peccatori, discepoli e curiosi, amici e oppositori. Gesù non fa discriminazione. Nel momento della fame per lui sono tutti uguali. Davanti a Gesù non c'è un conto da pagare, né alcun merito da vantare. Un'abbondante cena di pesce con del buon pane gratis. La fame è un argomento sufficiente perché egli compia il miracolo. L'indigenza continua a bussare alle porte della storia. Ce lo va ripetendo in queste settimane il Santo Padre Benedetto XVI, ricordando che quasi dodici milioni di Africani rischiano di morire per la carestia e la siccità che ha colpito il Corno d'Africa. Proprio quella terra amata da san Giustino de Jacobis alla quale si legò per sempre. Un popolo immenso lì attende gesti di solidarietà o una tragica fine. Perché tutti possano sedersi alla mensa del Pianeta occorre che i figli di un mondo spesso sprecone condividano le proprie risorse con coloro che vivono l'umiliazione della denutrizione.
"Date voi stessi da mangiare" è un ordine preciso di Gesù. Laddove, poi, il benessere di alcuni viene costruito sull'impoverimento di altri c'è pure un dovere di restituzione. Ma la moltiplicazione dei pani e dei pesci si proietta su un'altra moltiplicazione di cibo che viene dall'Alto, sull'Eucaristia, cibo per la vita eterna. Ogni volta che noi celebriamo l'Eucarestia avviene il miracolo di Dio che si dà tutto a tutti. Gesù è la risposta piena e duratura alla fame di assoluto che abita il cuore umano. Oggi come ieri moltitudini di creature cercano Gesù, hanno fame di lui che prova compassione, ma chiede collaborazione. Ha bisogno di discepoli pronti a partire per dividere il pane della vita eterna.
"Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati" (v. 20). Le più antiche raffigurazioni dell'Eucaristia mostrano un canestro con cinque pani e, ai lati, due pesci. Anche ciò che stiamo facendo in questo momento è una moltiplicazione dei pani: il pane della Parola e il pane dell'Eucaristia. A noi venuti a celebrare i santi misteri è affidato poi anche il compito: di "raccogliere i pezzi avanzati", di far giungere la Parola anche a chi non ha partecipato al banchetto. Cari amici, a ognuno di noi è affidato il compito di farci ripetitori e testimoni del messaggio avuto in dono.
Questi pensieri li aveva ben capiti san Giustino de Jacobis che mediante strumenti semplici aveva saputo fare spazio all'opera di Dio tra la propria gente. A centocinquant'anni anni dalla morte la sua memoria è viva in Etiopia e in Eritrea.
Dopo san Frumenzio, chiamato "il rivelatore della Luce", i cattolici Eritrei ed Etiopici considerano san Giustino il loro nuovo padre nella fede perché, attraverso un'instancabile attività, ha fatto rivivere la Chiesa cattolica nella loro terra. Affidiamo a Dio, in questa stagione di fatica, le difficoltà della Chiesa missionaria particolarmente in Africa e le inevitabili prove di questa Chiesa diocesana. Il Signore Gesù ci doni zelo apostolico, lungimiranza di fede e carità operosa.

La sua metodologia missionaria

 di GIANPAOLO ROMANATO

Sappiamo poco dei missionari. Eppure sono stati loro a scrivere le pagine forse più belle della vita della Chiesa. Pagine intrise non soltanto di eroico ardore apostolico ma anche di straordinario ardimento e di autentica intelligenza. Fino alla fine dell'Ottocento - e in non pochi casi fino a pochi anni or sono - i missionari si inoltravano da soli in terre sconosciute, avvicinavano popoli ignoti, non disponevano né di aiuti né di carte geografiche.
Dovevano cavarsela in ogni circostanza e davanti a qualsiasi pericolo, imparare lingue incredibili, procurarsi i mezzi di sostentamento, mimetizzarsi in mezzo a gente che li ignorava e spesso li rifiutava, inventare nuove forme di apostolato e adattarle alle situazioni che via via incontravano. Molti di loro, lontani per anni da tutto e da tutti, tagliati fuori da ogni comunicazione, morirono in totale solitudine, senza una mano amica che ne raccogliesse l'ultimo respiro. Eppure da questi uomini, la maggior parte dei quali rimangono ignoti, sono venuti contributi decisivi al progresso delle esplorazioni, della linguistica, della geografia, della cartografia, dell'etnologia, della botanica, della zoologia. Per non parlare di quella che oggi chiamiamo interculturalità. Non è, dunque, solo la storia ecclesiastica ad avere un debito nei loro confronti.
Uno di questi uomini fu Giustino de Jacobis, nato in provincia di Potenza allo scoccare del secolo, nel 1800. Proveniva da una famiglia benestante e a diciotto anni entrò nel noviziato dei lazzaristi. Ordinato nel 1824, trascorse i primi dieci anni del suo ministero operando nelle missioni itineranti del mezzogiorno d'Italia, soprattutto in Campania e Puglia. Poi fu per due anni responsabile della comunità di Lecce, brillando più per zelo sacerdotale che per capacità amministrative, e quindi direttore del noviziato di Napoli, dove giunse mentre era in corso una grave epidemia di colera. Mentre era in questa città maturò il progetto di destinarlo alla missione in Africa.
Per la Chiesa, messa alle corde dall'avanzare della modernità, erano anni difficili, mentre si avvicinavano due appuntamenti drammatici: l'unificazione italiana e la fine dello Stato pontificio. La scelta della linea antiliberale e intransigente da parte di Gregorio XVI (1831-1846) aggravò il conflitto fino a renderlo irrimediabile. Eppure fu questo Pontefice, già prefetto di Propaganda Fide, che riaprì le strade della missione, gravemente compromesse dagli eventi rivoluzionari dei decenni precedenti. Ma il vero stratega della rinascita missionaria in Africa, in Asia, nelle Americhe, in Oceania fu Filippo Fransoni, successore del Pontefice a capo della congregazione di Propaganda, che guidò con sapienza e intelligenza dal 1834 fino alla morte, avvenuta nel 1856.
Fu proprio il cardinale, in visita a Napoli nell'ottobre del 1838, che convinse definitivamente de Jacobis ad accettare di andare in Abissinia, dove questi giunse a metà ottobre dell'anno seguente, al termine di cinque mesi di viaggio allucinante, prima nel Mediterraneo, poi risalendo l'Egitto lungo il corso del Nilo, quindi attraverso il deserto fino al mar Rosso e a Massaua, e poi su per le montagne per raggiungere Adua, che era la meta, a quasi duemila metri di altitudine. In Abissinia, l'attuale Eritrea, trascorrerà i restanti vent'anni della sua vita - salvo un breve ritorno a Roma nel 1841 - che ora possiamo finalmente conoscere grazie allo studio del comboniano Antonio Furioli (Vangelo e testimonianza. L'esperienza di san Giustino de Jacobis in Abissinia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2008).
In una situazione politicamente e religiosamente difficile, dovendo muoversi fra incessanti turbolenze politiche (conoscerà per alcuni mesi anche il carcere) e la comprensibile diffidenza dell'ambiente copto locale, de Jacobis proseguì e perfezionò l'opera dell'altro missionario lazzarista che l'aveva preceduto, Giuseppe Sapeto, il quale poi lascerà la missione e diverrà uno dei battistrada del colonialismo italiano in quella regione (su di lui si veda ora lo studio di Francesco Surdich, L'attività missionaria, politico-diplomatica e scientifica di Giuseppe Sapeto. Dall'evangelizzazione dell'Abissinia all'acquisto della baia di Assab, Comunità Montana Alta Val Bormida, Millesimo, 2005).
Quale fu l'apporto di de Jacobis alla metodologia missionaria? Come i gesuiti in Estremo Oriente nei secoli precedenti e come farà Daniele Comboni nel vicino Sudan pochi anni dopo di lui, il sacerdote lucano applicò con sapienti adattamenti il metodo dell'inculturazione. Che significa immedesimazione nel luogo in cui si opera, adottandone la lingua, il modo di vivere e di vestire, lo stile, le abitudini, le forme liturgiche.
Insomma, come Ricci si era fatto cinese fra i cinesi, come Valignano era stato giapponese fra i giapponesi, come Comboni sarà sudanese fra i sudanesi, così de Jacobis fu abissino fra gli abissini. Di suo aggiunse l'umiltà, la pacatezza dei modi, la disponibilità verso tutti, l'attenzione che pose nell'astenersi da ogni controversia locale, anche teologica, la cura con cui evitò di dare alla sua missione ogni apparenza di privilegio e di prevaricazione. L'esempio più che le parole dovevano renderlo credibile. Nello studio prima citato Furioli riassume così la sua metodologia: mantenere buone relazioni con le autorità locali, tanto civili quanto ecclesiastiche; evitare inutili controversie teologiche; non creare fondazioni missionarie appariscenti e adottare uno stile di vita itinerante, povero, retto, vicino al popolo; tenersi alla larga dalle questioni politiche.
In questo fu perfettamente in sintonia con l'altro grande missionario inviato da Roma nel territorio a sud dell'Abissinia, cioè nell'attuale Etiopia: Guglielmo Massaja. E anche questa figura oggi ci è meno sconosciuta grazie all'opera di Mauro Forno (Tra Africa e Occidente. Il cardinale Massaja e la missione cattolica in Etiopia nella coscienza e nella politica europee, Bologna, il Mulino, 2009).
Sarà proprio Massaja, secondo il mandato ricevuto da Roma, a consacrare vescovo il riluttante de Jacobis l'8 gennaio 1849. Negli undici anni che gli restarono da vivere (morì nel 1860 e le sue spoglie riposano in Eritrea) pose le fondamenta di quella che oggi è la Chiesa cattolica etiope. La causa di canonizzazione fu avviata nel 1904, durante il pontificato di Pio X, e si concluse nel 1975, quando Paolo VI lo proclamò santo indicandolo come una figura esemplare di uomo, di sacerdote e di missionario.

 

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