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SOMALIA: ONU, È EMERGENZA UMANITARIA PDF Stampa E-mail
Scritto da Sara Milanese   
Martedì 09 Agosto 2011 00:00

emgonuÈ la peggiore carestia da 60 anni: servono 1,6 miliardi di dollari. Il 25 luglio un G20 straordinario dei ministri dell'agricoltura alla Fao

12 milioni di persone a rischio, centinaia di migliaia di persone in marcia dalla Somalia verso i campi profughi del Kenya, oltre 400 bambini già morti: sono i dati drammatici delle agenzie internazionali che riguardano la grave carestia che sta colpendo il Corno d'Africa, dove la speculazione ha fatto schizzare i prezzi degli alimentari di base, a causa di ultime due annate di raccolti scarsi per la mancanza di piogge. A spingere interi villaggi (o almeno chi ne ha ancora le forze) a muoversi nelle ultime settimane è però soprattutto la mancanza di acqua, che ha dimezzato le mandrie. Una situazione che sta mettendo in ginocchio l'intera regione.

Privata da venti anni di istituzioni credibili o in grado di organizzare aiuti, è la Somalia il paese più colpito: da anni riceve milioni di dollari di aiuti, che finora sono serviti soprattutto a sostenere le spese militari nella lotta tra governo di transizione e le milizie Al Shaabab, che oggi controllano gran parte del territorio nazionale. La carestia non ha risparmiato le milizie islamiste: anche gli Al Shaabab hanno bisogno di aiuti, e per questo hanno deciso di aprire le porte del paese alle organizzazioni umanitarie. Ma nessuno ha risposto all'appello: ong e cooperanti temono aggressioni. Intanto sempre più persone lasciano Mogadiscio, mentre gli ospedali registrano ogni giorno nuovi decessi per inedia. senza avere i mezzi e i medicinali per soccorrere la popolazione.

Anche l'Etiopia, specie nella regione dell'Ogaden, deve fare i conti con enormi difficoltà e mancanza di mezzi: sono almeno 4 milioni i cittadini che non hanno cibo. Più difficile capire la situazione in Eritrea, dove il regime di Afeworky impedisce che si conosca la reale gravità della crisi. Il Kenya ha dichiarato lo stato di crisi all'inizio del mese di luglio: oltre ai problemi interni, si sta accollando la gestione dei campi profughi al confine con la Somalia.

Più difficile capire la situazione in Eritrea, dove il regime di Isais Afewerki impedisce che si conosca la reale gravità della crisi. Il Kenya ha dichiarato lo stato di crisi all'inizio del mese di luglio: oltre ai problemi interni, si sta accollando la gestione dei campi profughi al confine con la Somalia. Nel solo campo di Dadaab, nel nord est, ogni giorno arriva un migliaio di rifugiati. Sono solo una parte del numero di persone che si mettono in viaggio: molti non resistono alla marcia sotto il sole, senza acqua né cibo.

Per far fronte al sovraffollamento (440 mila profughi in campi che possono accogliere in tutto 90mila persone) l'Acnur sta allestendo un quarto campo di accoglienza, ma Nairobi frena: la situazione è già ingestibile così, il Kenya da solo non è in grado di sostenere altro. L'acqua è già razionata: 3 litri a testa nei campi, mezzo litro per chi non trova spazio ed è costretto a starne fuori, il cibo non basta per tutti. E nemmeno i medicinali: in queste condizioni sanitarie così precarie aumentano i casi di diarrea e di altre malattie infettive. Medici senza frontiere registra un numero altissimo di minori denutriti, soprattutto tra i 60mila che vivono in accampamenti spontanei al di fuori dei campi allestiti. La popolazione locale non sta meglio: centinaia di kenyani chiedono di entrare nei campi: non hanno alle spalle un difficile viaggio, ma le loro condizioni di vita non sono diverse da quelle dei profughi somali.

Dopo ripetuti appelli delle agenzie umanitarie, l'Onu ha cercato di farsi sentire il 20 luglio, dichiarando lo stato di carestia in due regioni meridionali della Somalia, nella speranza di smuovere la comunità internazionale. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, ha chiesto 1,6 miliardi di dollari in aiuti umanitari. La Fao ha reagito in fretta, fissando un vertice di emergenza per lunedì 25 luglio a Roma, tra i ministri dell'Agricoltura del G20. Il primo obiettivo è raccogliere almeno 120 milioni di dollari. Con l'Europa in crisi economica e Washington vicino alla bancarotta, il Corno d'Africa può solo sperare nella mobilitazione delle potenze emergenti.

 

 

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