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L'INCERTO FUTURO DELLO YEMEN PDF Stampa E-mail
Scritto da L'Osservatore romano   
Martedì 12 Luglio 2011 00:00

yemsAl potere dal 1978 il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh è a oggi uno dei leader arabi più tenaci nonostante le manifestazioni antigovernative in corso nel Paese dal 27 gennaio. Da allora, mentre migliaia di oppositori chiedono maggiore libertà e democrazia, centinaia di persone sono rimaste uccise durante le proteste scoppiate sulla scia delle rivolte contro regimi autoritari nel Medio Oriente e nel Nordafrica. Si dice che "gestire lo Yemen è come ballare sulla testa dei serpenti": il presidente Saleh è finora riuscito a farlo ma, dopo 33 anni di potere, ora rischia seriamente di essere morso. I "serpenti" sono le oltre 200 tribù sparse sul territorio yemenita, che si vanno allineando sempre più con l'opposizione che da sei mesi chiede le dimissioni di Saleh. Prima come leader militare dello Yemen del Nord, e poi come presidente della Nazione intera dopo la riunificazione fortemente voluta e ottenuta nel 1990, in tre decenni Saleh ha dimostrato straordinarie doti di vitalità, politica e non solo. Questo anche grazie al fatto che forse ha dedicato più tempo a consolidare il potere della sua famiglia che non a gestire la complicata situazione del Paese, dilaniato da rivalità tribali, spinte secessioniste, crisi economica e infiltrazioni terroristiche.
Non a caso suo figlio Ahmed è capo della Guardia repubblicana; tre suoi nipoti - Amar, Yahye e Tarek - occupano rispettivamente le cariche di vicedirettore della Sicurezza nazionale, capo della Sicurezza centrale e capo della Guardia presidenziale. E al comando delle forze aeree c'è un suo fratellastro. Nel 1994, alcuni ufficiali e politici di ispirazione marxista proclamarono la secessione della regione meridionale del Paese che assunse il nome di Repubblica Democratica dello Yemen con capitale Aden. Non riconosciuto internazionalmente, questo tentativo di secessione venne stroncato in due settimane di combattimenti dalle forze governative.
In seguito alle prime manifestazioni di piazza, Saleh - che nel 1999 è stato eletto primo presidente del Paese ottenendo oltre il 90 per cento dei voti ed è stato riconfermato nel 2006 con il 77,2 per cento delle preferenze - ha annunciato che non si sarebbe ricandidato alle presidenziali del 2013. Nel tentativo di mettere fine alla crisi politica, i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo Persico (formato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar e Bahrein) hanno proposto un piano per il trasferimento pacifico dei poteri al vicepresidente in cambio dell'immunità di Saleh, con lo scopo di formare un Governo di coalizione, incaricato di indire elezioni presidenziali entro due mesi. Ma per tre volte il presidente ha ritirato all'ultimo momento il suo via libera alla road map. Le difficoltà nei negoziati per una soluzione della crisi hanno determinato lo scoppio di nuovi e sanguinosi scontri tra le truppe fedeli a Saleh e il capo della principale tribù dei ribelli Hashed, lo sceicco Al Ahmar. 
Sin dai primi anni, Saleh ha governato lo Yemen con il pugno di ferro, con il sogno, di certo non realizzato, di unire le forze per sfruttare meglio le risorse petrolifere e affrancarlo dal sottosviluppo - è il più povero dei Paesi arabi - come le vicine ricche Nazioni del Golfo Persico. Tra le altre cose, l'opposizione lo accusa di aver sperperato denaro senza assicurare stabilità. E nelle ultime settimane alcune province del sud sono passate nelle mani dei ribelli alleati dei terroristi di Al Qaeda.
Saleh ferito il 3 giugno scorso in un attentato nella capitale San'a e tuttora ricoverato in un ospedale a Riad, è tornato il 7 luglio a parlare al Paese offrendo, attraverso un dialogo nazionale, di condividere il potere ma "all'interno di quanto è previsto dalla Costituzione e dalla legge". L'opposizione l'ha però bocciato come "niente di nuovo" e l'assenza del presidente da San'a priva gli Stati Uniti di un alleato - seppure incostante - nella lotta contro Al Qaeda e fa crescere l'incertezza sulle operazioni antiterrorismo già ostacolate dai contrasti interni al Paese. Preoccupazioni per il futuro nella lotta al gruppo terroristico di Al Qaeda nella penisola arabica vengono espresse da esperti americani, dopo che Pentagono e Cia hanno dispiegato sempre più uomini e equipaggiamento nello Yemen, tra cui i droni. Funzionari statunitensi e di altri Paesi temono che Al Qaeda cerchi di sfruttare la situazione per consolidare la propria base operativa e lanciare nuovi attacchi. D'altra parte, come dimenticare l'allerta nel 2010 per i pacchi esplosivi partiti dallo Yemen e destinati agli Stati Uniti che, secondo gli inquirenti, contenevano tetranitrato di pentaeritrite (Petn), lo stesso materiale esplosivo usato per il fallito attentato nel giorno di Natale del 2009 su un volo della Delta Northwest partito da Amsterdam e diretto a Detroit.
Dal canto suo, lo sceicco Abdel Majiz Al Zidane, ex vicepresidente e leader storico dell'opposizione islamica, ha respinto la proposta avanzata dalla coalizione dell'opposizione parlamentare di dare vita a un Consiglio transitorio di Governo, chiedendo invece l'instaurazione di uno Stato islamico nello Yemen. Lo sceicco, il cui nome è inserito nella lista nera del dipartimento al Tesoro statunitense come finanziatore di Al Qaeda, considera l'idea di tenere nuove elezioni presidenziali - sostenuta dal vicepresidente Abdel Mansour Hadi - come "legata a una tradizione occidentale che non ci appartiene. Un Paese guidato da un Consiglio transitorio non rispetterebbe la sharia islamica, ma sarebbe riconosciuto solo dall'estero e dalla comunità internazionale".
La situazione nello Yemen resta dunque molto precaria anche perché si riflettono tutte le fratture interne alla società: quelle tribali, militari, i problemi del nord e del sud, l'estremismo. In un certo senso non è in gioco la cosiddetta Primavera araba, ma la caduta dei vertici di un Paese molto fragile e diviso.

 

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