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| LAND GRAB: AFRICA IN VENDITA |
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| Scritto da Sara Milanese |
| Martedì 28 Giugno 2011 00:00 |
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E il fenomeno non fa che aumentare, di anno in anno: basti pensare che nel 2008 i terreni affittati in Africa erano "a malapena" 4 milioni di ettari. Ormai le conseguenze sono evidenti: il prezzo degli alimentari cresce, "è volatile" avvertono gli economisti. Il land grab è stato denunciato pesantemente dall'ONU nel 2009: in un rapporto le nazioni asiatiche emergenti (India e Cina in testa, seguite da Indonesia, Corea del Sud, Arabia Saudita) sono state accusate di aver stipulato contratti fortemente iniqui, strappando affitti irrisori ( tra i 2 e i 10 dollari all'anno in Africa, mentre in Argentina o Brasile sono intorno ai 5mila dollari) in cambio di "promesse" di posti di lavoro e di nuove infrastrutture per lo sviluppo, ma senza nessuna clausola che penalizzi il mancato rispetto di queste "promesse". Sembrava che questa corsa all'accaparramento della rossa terra africana fosse una prerogativa delle nazioni emergenti, dove la crescita economica spinge i consumi, tanto che i governi non riescono a soddisfare le esigenze della popolazione. Invece di aumentare le importazioni dall'estero, questi stati hanno deciso di produrre da soli, sulla terra degli altri. Anche per evitare pesanti tracolli economici quando arriverà la prossima crisi dei prezzi del cibo. L'Africa si presta a meraviglia per questo scopo: enormi distese di terra ricca, non sfruttata. Di proprietà di governi o di provati che non sanno che farsene. E che cedendo facilmente alle offerte di denaro, firmano contratti di affitto davvero iniqui. Invece in questo brutto affare l'Occidente non ha le mani pulite: lo denuncia un rapporto dell'Oakland Institute (un importante think tank statunitense), che punta il dito contro i grandi finanzieri internazionali. Sul banco degli imputati soprattutto gli hedge funds e alcuni fondi pensione, che, emulando Pechino e New Delhi, hanno direttamente acquisito o affittato vasti terreni africani, invece che investire, come di consueto, in titoli o derivati. I fondi speculativi non sono controllati solo da importanti banche come JPMorgan o Goldman Sachs: l'Oakland Institute avverte che sono coinvolte anche alcune grandi università statunitensi, come Harvard, Spelman o Vanderbilt. Esattamente come i governi asiatici, i contratti stipulati dagli hedge fund occidentali non tengono in considerazione le esigenze delle popolazioni locali, la complessità economica e sociale delle realtà africane, il rispetto dell'ambiente e della stessa stabilità politica, perchè intacca direttamente la sicurezza alimentare nazionale. Spesso i governi svendono, in omaggio con l'acquisto della terra, anche la manodopera per coltivarla, cioè i contadini, che oltre alla terra rischiano di perdere anche un altro bene fondamentale: l'acqua. Senza considerare le consuetudini legate alla pastorizia, all'allevamento, alle attività di raccolta tradizionali. Un atteggiamento "scandaloso", afferma l'istituto californiano. I nuovi proprietari, inoltre, rimpiazzano le colture tradizionali con massicce produzioni di biocarburanti o di fiori da recidere. Cosa che ridotto l'offerta alimentare, facendo lievitare i prezzi. A livello locale, come internazionale, considerate le dimensioni del fenomeno. |






