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“Traffico fino a tarda notte, scuole, banche e attività economiche che funzionano regolarmente sono tutti segnali incoraggianti indicativi di un ritorno alla normalità, però ci vorrà tempo prima che la Costa d’Avorio ritrovi il volto antecedente all’ultima crisi” dice alla MISNA il direttore dello ‘sviluppo umano’ della Caritas ivoriana, Jean Djoman.
Nella sola capitale economica, Abidjan, 100.000 sfollati non sono ancora rientrati nelle proprie abitazioni nei quartieri di origine “un po’ per paura un po’ perché molte case ed infrastrutture sono state distrutte” prosegue l’operatore umanitario, riferendo che nel popoloso ed esteso quartiere di Yopougon vige “una totale crisi dei servizi sociali di base, dalla scuola alla sanità”. Se le scuole hanno riaperto in tutto il paese, ancora oggi le università sono chiuse a causa dei pesanti danni subiti durante cinque mesi di scontri, come ad esempio quella di Cocody, dove “servirà un lungo lavoro di ricostruzione” dice ancora Djoman. Dal punto di vista degli interventi umanitari, è senz’altro il settore sanitario quello che desta maggiore preoccupazione e necessita di azioni urgenti prima dell’arrivo della stagione delle piogge. “La gratuità delle cure ospedaliera decretata dal governo è una misura positiva però ovunque mancano medicinali di base e cibo e acqua” riferisce il responsabile di Caritas.
Altrettanto difficile rimane la situazione nella città occidentale di Duékoué dove 27.000 sfollati sono ancora ospitati nella sede della locale missione cattolica. “A causa di un incendio che si è verificato su un sito che doveva accoglierli, il trasferimento degli sfollati è stato sospeso. Nella missione vivono in condizioni igienico-sanitarie molto precarie ma soprattutto la tensione è percepibile, la coabitazione è più difficile rispetto a prima” aggiunge l’interlocutore della MISNA che deplora “un sostegno economico troppo timido da parte della comunità internazionale”.
In effetti, dal G8 di Deauville (Francia) sono soltanto emerse promesse in termini molto vaghi mentre Egitto e Tunisia si sono visti sbloccati ingenti aiuti. “Ancora la solita politica dei due pesi e due misure della comunità internazionale nei confronti del resto del mondo. Qui servono non soltanto fondi per l’assistenza umanitaria ma anche per promuovere il rilancio economico: senza prospettive lavorative concrete la gente non rientrerà a casa” conclude Djoman; 135.000 ivoriani sono ancora rifugiati all’estero, di cui 125.000 nella confinante Liberia.
Anche per il presidente della Lega ivoriana dei diritti umani (Lidh), André Banhouman Kamaté, ci sono segnali tangibili di un costante miglioramento, ma le violazioni dei diritti umani non sono del tutto cessate. “Elementi incontrollati delle Forze repubblicane (Frci) continuano a rendersi responsabili di perquisizioni, rapimenti e violazioni nelle aeree tradizionalmente favorevoli al presidente uscente Laurent Gbagbo. Tuttavia non si può parlare di un disegno di vendetta orchestrato, sono soltanto azioni isolate che deploriamo” sottolinea l’attivista dei diritti umani. A Yopougon decine di uomini armati sono stati identificati dall’esercito dal neo-presidente Alassane Ouattara e temporaneamente sistemati in edifici pubblici prima di essere indirizzati verso le caserme o un ritorno alla vita civile. “Per questo come per la riconciliazione ci vorrà tempo, volontà e denaro. Non dobbiamo contare sulle promesse spesso non mantenute del G8 ma rimboccarci le maniche e metterci al lavoro. C’è una dinamica positiva in moto nei nostri confronti al livello regionale e africano, possiamo farcela” dice Kamaté. Ad Abidjan come nella sempre problematica Duékoué “non dobbiamo accelerare il processo di riconciliazione, si farà progressivamente, quando la gente si sentirà pronta. E’ invece compito del futuro governo garantire ai cittadini condizioni di vita sempre più sicure e un futuro economicamente promettente” conclude il presidente della Lidh. |