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| ARGENTINA: IL VESCOVO ANGELELLI FU ASSASSINATO |
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| Scritto da Alessandro Armato |
| Mercoledì 27 Aprile 2011 00:00 |
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In realtà già nel 1983, subito dopo il ritorno della democrazia in Argentina, un giudice di La Rioja, sulla base della testimonianza di un sacerdote sopravvissuto all'incidente, aveva ritenuto la morte di Angelelli un «assassinio premeditato», ma non era stato possibile arrestare i responsabili a causa delle leggi di amnistia del governo di Raúl Alfonsín (1983-1989) e dei successivi indulti di Menem. Oggi la riapertura del caso ha significato l'ordine di cattura per il generale Jorge Videla, capo dei militari argentini dal 1976 al 1981, già in carcere per altre condanne di violazione dei diritti umani. Nell'omicidio sarebbero coinvolti anche cinque altri ex militari. Secondo dati Movimiento Ecuménico por los Derechos Humanos, oltre alla morte del vescovo di La Rioja, l'ultima dittatura argentina sarebbe responsabile anche della morte di 19 e della sparizione di 65 tra sacerdoti, religiosi e laici cattolici impegnati. Da tempo ormai monsignor Angelelli è considerato una specie di Óscar Romero argentino. E da quando nel 2005 il cardinale Jorge Bergoglio, primate della Chiesa argentina, si è riferito alla sua morte dicendo che si è «imbevuto del suo stesso sangue» è anche ufficialmente in odore di martirio. Angelelli è morto per il suo slancio profetico. Come prelato è sempre stato sensibile al problema della giustizia sociale e alle istanze rinnovatrici del Vaticano II. La sua parabola pastorale, prima come vescovo ausiliare di Córdoba e poi (dal 1968) alla testa della vicina diocesi di La Rioja, ha avuto come filo conduttore l'impegno «per coloro che nella vita patiscono la fame, la miseria e l'ingiustizia». Figlio di immigranti italiani, è entrato in rotta di collisione con le autorità militari (e con l'oligarchia nazionale) per avere incitato lavoratori rurali e minatori a sindacalizzarsi e per avere promosso la creazione di cooperative, agricole o finalizzate alla produzione di tessuti, mattoni o beni alimentari. I militari, i latifondisti e i cattolici più conservatori lo ritenevano un infiltrato comunista. Nel 1972 è stato anche preso a sassate da un gruppo di persone capeggiate da un latifondista, fratello di quel Carlos Menem che nel 1989 sarebbe diventato presidente dell'Argentina e avrebbe concesso l'indulto alla cupola militare della dittatura. Angelelli si è sempre opposto alla dittatura. «Non lasciamo che i generali dell'Esercito usurpino la missione di tutelare la fede cattolica», ha scritto ai vescovi argentini alcune settimane prima del golpe militare. E subito dopo il golpe è partito per la capitale per denunciare la repressione illegale. La sua morte sulle strade della diocesi di La Rioja è avvenuta solo qualche mese dopo. Per paura, calcolo politico o complicità con i golpisti, sulle prime nessuno ha osato sollevare sospetti sull'incidente, nemmeno le gerarchie cattoliche argentine. Solo l'Osservatore romano ha parlato fin dall'inizio di uno «strano incidente».
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La settimana scorsa la giustizia argentina è tornata sul caso di monsignor Enrique Angelelli, vescovo di La Rioja, catalogando la sua morte, avvenuta in un incidente stradale il 4 agosto 1976, come un «assassinio» per ordine della dittatura militare e non come un evento fortuito.


