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| LETTERA AGLI AMICI: LA CAMICIA VERDE |
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| Scritto da p. Francesco Bernardi |
| Mercoledì 13 Luglio 2011 00:00 |
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ma non troppo. I suoi antenati, due millenni prima, avevano già sentenziato: primum vivere,
deinde philosophari (prima pane e salame, poi la filosofia). Però l’espressione non è dei latini, bensì dei greci: precisamente del rinomato filosofo Aristotele. Dunque: greci e latini remano sulla stessa barca nel tormentoso mare di… tirare la cinghia. E, giacché tutto il mondo è paese, in Tanzania vige il proverbio: “Le parole non riempiono la pignatta!”.
Cari amici, sono passati sette mesi dal mio arrivo a Makambako, in Tanzania. Sette mesi, come “i sette vizi capitali”. Parlo di “vizi” (secondo il catechismo di un tempo), perché in terra straniera è costante la tentazione di “peccare”, criticando e condannando il diverso. Al contrario, è saggezza confrontarsi e godere della diversità altrui. Il relativismo culturale è una ricchezza: significa che ogni cultura è diversa e complementare, con pregi e difetti propri. Da qui il valore dello scambio culturale o interculturalità. Però quanto è difficile pensare ed affermare che la gente di Makambako non sono né peggiore né migliore degli abitanti di Trevignano (dove sono nato) o di quelli di Roma (dove ho studiato) o di quelli di Torino (dove ho vissuto 35 anni). Sette mesi sono trascorsi, come “i sette doni dello Spirito Santo”. Fra questi c’è il “sapere”. In Tanzania si chiama elimu, cioè educazione, studio, informazione, lettura.
Il 17 gennaio scorso partivo per l’Africa, con nella valigia un solo un libro in italiano: la Bibbia. A Milano Malpensa, prima di imbarcarmi, fui tentato di comprare Il Corriere della Sera. Ma ragionai: “No, d’ora in poi leggerò solo testi in swahili, anche se capirò poco”. Fin dagli inizi volevo immergermi il più possibile nell’ambiente socioculturale del Tanzania, valorizzando le risorse locali di conoscenza. Giunto a Makambako, feci subito due passi in “città”. Passai davanti ad una congerie di negozietti caotici e baldanzosi, dove si vendeva di tutto: dalla carta igienica alle cariche per il cellulare, dai gemelli per i polsini della camicia alle mutande di seta rosa. Cercai a lungo una libreria. Eccola finalmente! Ma di libri nemmeno lo scaffale. - Dove posso comprare un libro per conoscere la storia del Tanzania? - domandai. - Non lo so - rispose la commessa dopo un prolungato ed imbarazzato silenzio. Sembrava che le avessi chiesto il biglietto per andare sulla luna. - Esistono altre librerie in città? - Non lo so. Povera ragazza! Come poteva saperlo? A Makambako i libri non esistono proprio. Neppure se li cerchi con la lanterna di Diogene. Pensai a mio padre Marino, con la terza elementare, che diceva: “Se non leggo ogni giorno qualcosa, divento un orso!”. Leggere è impegnativo, perché fa riflettere. Riflettere, poi, è fatale, perché “l’uomo è un mendicante quando pensa e un dio quando sogna”. Lo scrisse il poeta tedesco F. Holderlin. Rincasando deluso da quella libreria senza libri, mi venne in mente Julius Nyerere, primo presidente del Tanzania, che nel 1967 scriveva: “Tutte le risorse del paese devono essere impiegate per eliminare la povertà, l’ignoranza e la malattia”. Oggi, a 50 dall’indipendenza della nazione, la radio ripropone ogni giorno quel messaggio. È di bruciante attualità. La povertà antropologica è una morte anticipata. Si è poveri anche quando si parla sempre e solo di piogge scarse, di raccolti miseri, di prezzi alle stelle. Quando si sognano soldi, tanti soldi. Parlare è pure pensare. Meglio sognare? Ma come pretendere discorsi “alti” in Tanzania, quando scarseggia persino la polenta? Primum vivere, deinde philosophari!
Voi, cari amici, mi chiedete costantemente: “Ma tu, come stai? Parla di te stesso, esprimi i tuoi sentimenti. Hai superato, dopo sette mesi, lo strappo dall’Italia? Sei pentito di essere partito? Hai preso la malaria?”. No, non ho preso la malaria. Il che non è poco. Significa che le condizioni ambientali sono migliorate, almeno a Makambako. Poi: mentre in Italia ero accigliato, perché i pantaloni si facevano sempre più stretti con il crescere della pancia… in Tanzania non stringono più. Altro che cura dimagrante! Pentito? No. Deluso? Non lo so. Anche la commessa della libreria senza libri rispose così. La strada per entrare nel cuore dei tanzaniani è tutta in salita. Talora la sensazione di non farcela cresce, come un’onda minacciosa.
La povertà-ignoranza-malattia avanza a piedi scalzi su strade polverose e accidentate. La precarietà generalizzata si manifesta in colpi di tosse lancinanti. Il disagio sconfina negli sguardi tetri dei malati di aids. Per non dire peggio. Accennando a questi dati, so di essere patetico, perché ricorro a “luoghi comuni”, a ritornelli “strappa lacrime”, noiosi e indisponenti come un disco rotto d’altri tempi. Allora: tutto è un circolo vizioso di parole consunte? Eppure, nelle chiese dei villaggi di Makambako, le donne scalze sono vere e i bambini che tossiscono le riempiono! “Venite a me voi tutti che siete stanchi ed oppressi, e io vi darò ristoro” (Matteo 11, 27). Meno male che Lui non si vergogna a dirlo!
Ieri pomeriggio celebrai la Messa presso una comunità di base. Una preghiera sentita e gioiosa, con una quarantina di persone sul cortile di una casa, fra altre abitazioni povere e meno povere, e un cane pelle ossa sonnacchioso in un angolo. Sopra le teste sventolavano bandierine multicolori e panni di ogni foggia, stesi ad asciugare. Al termine della preghiera, una cenetta: spaghetti al peperoncino, tagliati corti, che tutti consumarono con appetito servendosi delle mani. Risate fragorose di uomini e chiacchiere allegre di donne. Per me una sorpresa: il regalo di una camicia verde Made in Italy… Dormii pochissimo quella notte. “Pensavo” a quella camicia, il cui prezzo è pari ad un mese intero di lavoro di un tanzaniano. Ma è una camicia verde. Verde speranza. |
| Ultimo aggiornamento Mercoledì 13 Luglio 2011 06:39 |




“Io sono per il partito della pagnotta!” esclama a Roma, in Piazza del Popolo, un burlone,


