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Nella notte fra il 26 e il 27 marzo 1996, sette dei nove monaci che costituivano la comunità del monastero di Tibhirine in Algeria, veniva rapito da terroristi islamici.
Il 21 maggio venne annunciata la loro uccisione: furono ritrovate le teste dei monaci, i corpi non vennero mai ritrovati. La tragica storia è stata raccontata in un film che ha avuto grandi plausi di critica e di pubblico, "Uomini di Dio", usciti nei cinema nel 2010.
«Se un giorno mi capitasse - e potrebbe essere oggi - di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere attualmente tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era stata donata a Dio e a questo Paese».
È un dichiarazione di fedeltà al Signore e all'Algeria quella che ricorre nelle pagine del testamento spirituale di padre Christian de Chergé, priore del monastero.
Oltre ai sette monaci di Tibhirine, altri dodici tra religiosi e religiose hanno dato la vita. Per non parlare dei dodici cristiani croati, massacrati il primo dicembre 1993, poco distante dal monastero, e di circa 150 europei, molti dei quali cristiani, vittime delle violenza cieca e insensata degli integralisti islamici. Sino all'assassinio di mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano, ucciso con una bomba il primo agosto 1996.
Ricordare i monaci vuol dire, innanzitutto, mantenere vivo il significato della loro presenza a Tibhirine. Il monastero, infatti, l'unico in zona rurale - ne esiste un altro delle clarisse nella capitale Algeri -, era un importante luogo di preghiera, che affondava le sue radici e la sua ragion d'essere nella dimensione contemplativa, ma era al tempo stesso un riferimento per la popolazione del posto e in special modo per i contadini, con cui i monaci avevano stretto relazioni feconde, attraverso la creazione di una cooperativa, l'assistenza medica offerta dal loro dispensario, il lavoro con le donne...
Un modo di essere Chiesa tra la gente, a cui si aggiungeva l'accoglienza di molti cristiani che qui venivano in ritiro e in preghiera, e una speciale relazione con un gruppo di sufi, mistici islamici.
«Il monastero di Tibhirine - sottolinea mons. Teissier - incarnava la realizzazione simbolica della nostra vocazione: essere una Chiesa cristiana in relazione profonda con una popolazione musulmana. In questo contesto, anche le parole che avevano un significato teologico sgorgavano sempre dall'incontro quotidiano con la gente che si incontrava». |