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Qualche settimana fa parlavo con un amico mongolo che era in crisi. Lui e la sua ragazza si erano appena lasciati. Mi diceva che era triste perché voleva che qualcuno lo amasse. Gli ho detto che Dio lo amava, ma, curiosamente, lui è rimasto scioccato dalle mie parole.
Qui in Mongolia, c’è una idea comune che vede la relazione con la divinità basata sul timore. C’è un gioco che si fa con gli ossi di pecora, per cui li si butta su un panno di stoffa e dopo si determina quello che accadrà nel futuro secondo la posizione in cui cadono. La mia prima maestra di mongolo mi ha fatto vedere come si gioca durante una delle prime lezioni lo scorso settembre. Si è agitata perche gli ossi sono caduti in una maniera che portava male. Non ha smesso a giocare finché gli ossi non hanno portato buona fortuna. Questa relazione di timore con la divinità si vede anche nella quotidianità per tante persone.
Questa nozione è ben dimostrata in un piccolo libro intitolato “Sulla Strada del Tè”, scritto da un antropologo africano che attualmente lavora in Mongolia. Nel suo libro, l’autore spiega come il tè per molti mongoli, è una chiave interpretativa per capire alcune tradizioni culturali. A prescindere dall’importanza del tè salato (una bevanda tipica della Mongolia) nell’accoglienza di un ospite, il tè salato è anche usato in un rituale con sfumature quasi religiose. Camminando in città un giorno con una consorella, abbiamo trovato gocce di te salato lungo il marciapiede davanti ai condomini. Lei mi ha spiegato che quelle gocce di tè salato fanno parte di un rituale mattutino in cui molte donne mongole lo offrono alla divinità. Nel suo libro, l’autore sviluppa questo tema spiegando che questo rituale è svolto per chiedere benedizione e per evitare disgrazie. Per esempio, le difficoltà e eventuali problemi di famiglia o lavoro sono spesso interpretati come conseguenza di non aver fatto questa l’offerta alla divinità.
Mi chiedo anche quanti di noi cristiani veramente crediamo che Dio è un Dio di amore, e per di più che lui ci ama con un cuore di una madre, come attesta la parabola del Figlio Prodigo. Con il livello mondiale di depressione e altre malattie nervose sempre in crescita, sembra che anche noi forse facciamo ancora fatica a credere. Tuttavia, meditando sulla Parola di Dio, vediamo che c’è tanto motivo per credere. Una delle più belle frasi prese dall’Antico Testamento viene per bocca di Isaia quando il Signore dice che noi siamo preziosi ai suoi occhi, perché siamo degni di stima e che lui ci ama (cf. Is 43, 4). L’evidenza più grande di questo è che “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16). La festa di Natale è la realizzazione di questo brano del Vangelo. Alle volte può sembrare difficile a credere che Dio ci ama quando siamo confrontati con noi stessi nella verità, e può sembrare che c’è più buio che luce. O peggio ancora, che il Signore si fissi sui nostri limiti come alle volte siamo tentati a fare noi con gli altri. Eppure Dio ci ama come siamo è non secondo quello che noi pensiamo di essere.
Noi missionari/e siamo qui in Mongolia, e dappertutto nel mondo, per essere annunciatori dell’amore di Dio per ogni singola persona nel mondo cominciando da te che stai leggendo questo articolo. Come ha detto il Santo Padre, citando un autore medioevale, durante l’omelia per la Vigilia di Natale nel 2008, Gesù è venuto nel mondo come un bimbo perché Dio non voleva che noi avessimo più paura di lui, ma che lo amassimo. Forse durante alcuni momenti della vita abbiamo sperimentato timore davanti ad alcune persone, ma mai davanti ad un bimbo. I bimbi hanno la capacità di disarmare i cuori più duri e pieni di ferite, tirano fuori tutto il bene che c’è dentro ciascuno di noi. La nostra preghiera per tutti questo Natale è che possiamo sperimentare nei nostri cuori l’amore di Dio e che abbiamo il coraggio di lasciarci amare da Lui e di amarlo. Se riusciamo a fare questo con Gesù questo Natale, sarà non soltanto una Santa Notte ma anche una santa vita! |