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L’ACQUA DEL FONTE BATTESIMALE NON SI ESAURIVA MAI PDF Stampa E-mail
Scritto da Sr Margarita Bedoya Garcia, MC   
Martedì 23 Novembre 2010 00:00

srschiSTRAORDINARIO INTERVENTO DELLA SERVA

DI DIO SR.IRENE STEFANI

Nel mese di maggio 2010, i teologi della Congregazione per le Cause dei Santi che esaminarono la "positio" sulla vita, virtù e fama di santità della Serva di Dio hanno espresso profonda ammirazione per la sua attività missionaria, le virtù teologali e cardinali vissute in modo eroico, specialmente la carità. Ritengono che la sua vita sia una validissima proposta e testimonianza di santità da presentare a tutti come modello da imitare.

A questo, nel mese di luglio si è aggiunto un altro tassello del cammino per il riconoscimento da parte della Chiesa della santità di Sr. Irene Stefani, Missionaria della Consolata. A Maùa, diocesi di Lichinga, (Mozambico), si è svolto il processo diocesano per la raccolta di testimonianze su un presunto miracolo accaduto a Nipepe, attribuito alla intercessione della Serva di Dio.

Lo svolgimento di questa inchiesta, forse la prima del genere in Mozambico, è stato vissuto da chi ne è stato direttamente coinvolto e dai fedeli con vivo interesse, speranza, gioia, gratitudine. Ha ravvivato la convinzione che Sr. Irene è un dono di Dio non solo per le Missionarie della Consolata, in questo momento storico del Centenario della loro Fondazione, ma anche per i Missionari della Consolata, che ne condividono il carisma trasmesso dal Beato Giuseppe Allamano, come pure per il Popolo Cristiano del Mozambico. Si è potuto constatare infatti come la gente di Nipepe, Maùa e Marrupa ama e invoca con tenerezza e fiducia Irene, chiamata con il nome di "Niklolo" che significa antenata. È pure chiamata "Mae Irene" (madre), titolo ancora più significativo per loro che la sentono vicina come una mamma che interviene in ogni loro necessità. Manuel Muaparefa, uno dei testimoni di Cuamba, interpellato su che cosa significa per loro Sr. Irene "madre", rispose:”Per noi è la mamma Irene perché pensa a tutto, a proteggere la vita, a curare le malattie, a difenderci nei pericoli, a consolarci quando ci sentiamo soli e smarriti... insomma ella fa tutto ciò che farebbe sempre una madre peri suoi figli”.

A questo coro si aggregano tanti altri che in varie chiese locali ne chiedono l'intercessione, come: Anfo suo paese natale (Italia); Gikondi (Kenya), dove visse i suoi ultimi dieci anni di donazione missionaria; Nipepe, Maùa, Marrupa, luoghi e persone del Mozambico, testimoni della sua presenza e protezione nel periodo bellico che ha martoriato quella terra: tre nazioni unite nell'abbraccio materno di Sr. Irene. Le mamme del popolo Macùa la invocano subito dopo la Consolata, perché Sr. Irene è entrata nel cuore, nella mente, nella cultura, e nell'espressione religiosa di questo popolo.

 

INCHIESTA NELLA DIOCESI DI LICHINGA

 

Il caso preso in considerazione perché ritenuto miracoloso, avvenne nella missione di Nipepe nel 1989, durante la sanguinosa guerra civile tra opposte fazioni, che provocò devastazioni e morti, e anche persecuzione dei cristiani, che testimoniarono con il sangue la loro fede, come i catechisti di Guiùa. A Nipepe, durante la Messa all'alba del 10 gennaio 1989 si udirono gli spari con i quali iniziava l'assedio militare. Oltre alle persone già presenti e ai catechisti e animatori della diocesi con le loro famiglie là radunati per un corso di formazione, altre dal paese si rifugiarono in chiesa per mettersi in salvo, e vi rimasero segregate, praticamente sotto sequestro, per oltre tre giorni, con minacce di uccisione. Tutti ebbero salva la vita, anche coloro che furono poi deportati con marce forzate in altre sedi militari. Durante la permanenza in chiesa non ebbero altro modo di abbeverarsi, soprattutto i bambini, e rinfrescarsi (gennaio è il mese più caldo), e a volte anche lavarsi se non ricorrendo alla scarsa quantità di acqua del fonte battesimale, che non venne meno.”Sembrava un albero che produceva dell'acqua”: ha detto uno di loro, che allora era ancora bambino. La sera del primo giorno di segregazione nacque anche una bambina, chiamata Irene, e i genitori testimoniarono che fu lavata il giorno seguente con l'acqua del fonte battesimale. Fu il capo catechista di Nipepe, Bernardo Bwanaissa, figura di rilievo di quella missione, a consentire che lo si facesse. Altrimenti, nessuno avrebbe osato “bere l'acqua del battesimo”. Prima di morire, un anno fa, ormai sul letto di morte, ripeté al Vescovo: “Noi abbiamo vissuto tre giorni nella chiesa con tante persone, faceva molto caldo, abbiamo mangiato dei biscotti secchi donati dalla Caritas, e che si trovavano nella sacrestia e abbiamo bevuto all'acqua del fonte battesimale”.

 

Questo fatto destò stupore allora e continua a suscitarlo ancora e a attribuirlo alla intercessione chiesta tutti i giorni a Sr. Irene Stefani. A distanza di vent'anni si è colto chiaramente che da allora Sr. lrene è entrata ed è rimasta scolpita nel cuore e nella mente di quanti hanno vissuto quella vicenda e da quanti ne sono stati informati.

 

Dopo un lungo cammino di indagini e valutazioni, il Vescovo di Lichinga, Dom Elio Greselin, accolse la richiesta del Postulatore della Causa, P. Gottardo Pasqualetti, di avviare il procedimento canonico per la raccolta delle prove e delle testimonianze. Fu possibile farlo nei giorni 18-26 luglio 2010. L'apertura del Processo avvenne nel pomeriggio del 18 luglio, nella parrocchia di San Luca in Maùa, alla presenza del Vescovo. Dopo la lettura dei documenti del Postulatore e dei decreti del Vescovo per la costituzione del Tribunale, il Giudice Delegato, il Promotore di Giustizia, il Perito tecnico, il Notaio Attuarlo e il Postulatore emisero il giuramento di compiere fedelmente il loro compito e di osservare la riservatezza e il segreto. Il giorno seguente iniziarono gli interrogatori di trentun testimoni provenienti da Nipepe, Maùa, Marrupa e Cuamba. Le loro deposizioni furono raccolte, tradotte (quando necessario), trascritte sinteticamente da persone che lavorano nel "Centro di Investigazione Macua Xirima", e quindi rilette e firmate da ognuno dei testimoni, controfirmate dai membri del Tribunale. Alcuni deposero in coppia, come sposi, con qualche figlio, perché rifugiati insieme nella chiesa. Altri erano bambini. Tutti ricordano il fatto e di aver invocato l'aiuto di Sr. Irene, anche le due musulmane, allora giovani, che hanno dato la loro testimonianza. E sono convinti che Lei li ha salvati.

Il professor Kràstio Andreev Panayotov, di origine bulgara, docente di matematica e fisica nella Facoltà di Medicina all'Università Cattolica di Beira, chiamato a testimoniare come perito tecnico, presentò anzitutto il risultato della ispezione da lui fatta, su richiesta del Postulatore, nel 2007 a Nipepe, interpellando anche alcune persone che vissero la vicenda. Diede la descrizione e i dati precisi della chiesa, del fonte battesimale, degli ambienti adibiti a sagrestia o a ripostiglio e espresse la sua valutazione su quanto avvenuto. Secondo lui, anche ipotizzando che ognuna delle persone presenti avesse bevuto soltanto un bicchiere d'acqua al giorno, ma se ne è fatto un uso maggiore come si è detto, non sarebbero bastati 200 litri di acqua. Mentre il fonte ne conteneva al massimo sei, considerando le perdite dalle fessure del tronco battesimale in legno e la dispersione avvenuta nella celebrazione dei battesimi fatta due giorni prima del sequestro. E non vi erano altre possibilità di rifornirsi di acqua. Dello stesso parere è il tecnico del tribunale che fu presente a tutte le sessioni e ispezionò pure lui i locali di Nipepe e la zona circostante. La loro conclusione coincide con la ferma convinzione dei testimoni di aver vissuto qualcosa di straordinario, umanamente inspiegabile.

Si può anche aggiungere che questo segno dell'acqua, specificamente preso in considerazione nell'inchiesta canonica, va inserito come una "sinfonia" in un insieme di altri fatti, che sono emersi anche nelle testimonianze processuali. In particolare, le vicende sperimentate da coloro che furono deportati e ritengono di essere stati preservati con l'aiuto di Sr. Irene da gravi pericoli, da fame, mine disseminate nel terreno, piante avvelenate, tentativi di ucciderli. Spesso ripetuto è stato il riferimento al sogno del catechista Sebastiao Aranha. Ignaro di quanto era accaduto a Nipepe, perché assente, scopre poi che sua moglie Margarida e suo figlio erano stati fatti prigionieri e deportati. Gli apparve in sogno una suora bianca, identificata in Sr. Irene, che lo rassicurò: "Stai tranquillo! Tua moglie e tuo figlio stanno bene e ritorneranno a casa". E propose a lui e alla comunità di recitare, dopo il "Padre nostro': questa preghiera: "Il Signore è il mio Pastore sempre; il Signore è guida delle persone tutti i giorni': Moglie e figlio ritornarono, prima il figlio poi la madre, come gli era stato detto in sogno. Davanti al tribunale, Sebastiao con forza e convinzione aggiunse: ”da quel giorno fino ad oggi noi recitiamo questa preghiera e continueremo a farlo perché crediamo nella protezione di Sr Irene”.

È commovente constatare la convinzione delle persone che avevano fatto lunghe camminate per dare la loro deposizione sul caso. ll signor Vasco percorse a piedi 20 km per attestare con giuramento che nessuno in quei giorni introdusse acqua nella chiesa. Altri hanno fatto delle camminate ancora più lunghe per dare la loro testimonianza. Altri faticavano a fare la loro firma, altri confermarono la deposizione con la impronta digitale, pur di dare la loro testimonianza.

Notevole fu pure la dedizione dei membri del tribunale, a cominciare dal Vescovo stesso che ha dimostrato una grande disponibilità, e dei collaboratori, che si sono sottoposti a disagi per la precarietà degli alloggi, la carenza dei mezzi di comunicazione e di attrezzature tecniche che avrebbero facilitato il lavoro, per le grandi distanze con strade dissestate, le sedute prolungate per usufruire della testimonianza di persone venute da lontano e per la ristrettezza del tempo, a causa di altri impegni. Un ruolo importante ha avuto P. Frizzi, che visse con trepidazione tutta la vicenda con la preoccupazione che fosse compromessa la vita delle persone, e invitò a ricorrere alla intercessione di Sr. Irene. La sua disponibilità a mettere a disposizione gli ambienti e anche il personale della missione e del Centro culturale Macua-Xirima, rese possibile lo svolgimento dell'inchiesta. Molto sentita è stata la mancanza di sr. Rina Carla Salsa, che aveva lavorato tanto per la preparazione di questo processo. L'offerta della sua sofferenza è stata sentita come un dono per superare difficoltà e imprevisti.

 

CHIUSURA DELL'INCHIESTA DIOCESANA

 

Al termine della deposizione sono stati sigillati i plichi del processo alla presenza del Vescovo e dei membri del Tribunale, del Postulatore, delle Missionarie e dei Missionari della Consolata di Maùa, e anche del Vice Superiore Generale, Padre Stefano Camerlengo, e del Superiore Regionale del Mozambico, Padre Julius Mangi,arrivati a Maùa per la visita canonica.

Il Postulatore ha portato tutta la documentazione alla Congregazione per le Cause dei Santi a Roma. E con questo inizia una nuova fase, quella romana, che comporta l'apertura dei plichi, l'esame sulla validità giuridica del procedimento compiuto nella diocesi di Lichinga, la valutazione del fatto da parte di periti competenti in materia, poi dei teologi e quindi dei cardinali della Congregazione. Un cammino non breve, ma che speriamo non troppo lungo. Per il quale occorre invocare l'aiuto della Consolata e il Beato Allamano, anch'essi interessati a questa loro figlia. Anche perché non è abituale la considerazione di un presunto miracolo come questo. Pochissimi, forse due o tre, sono i casi finora considerati che non siano di guarigione da malattie. Anche in questo Sr. Irene ci stupisce favorevolmente, secondo il suo stile di attenzione a qualunque forma di malessere e di pericolo. Anche per questo merita che il suo intervento a Nipepe abbia la conferma dell'autorità ecclesiastica.

 

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